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Rende, l’agorà della conoscenza e il mito di Teseo oltre le mura scolastiche

di Barbara Gagliardi

La validità della lezione frontale è stata spesso messa in discussione negli ultimi anni. Emerge il rischio che gli alunni non sviluppino spontaneamente la capacità di provare interesse o piacere per la trasmissione della cultura nei tradizionali processi di insegnamento-apprendimento, lasciando i docenti di fronte a classi demotivate. L’insegnante, all’interno delle aule, opera come un libero professionista e necessita del tempo e della libertà di esercitare la propria professione, agendo come un ricercatore che mette i propri studi a disposizione degli alunni.

La scelta di non abbandonare la lezione frontale si traduce in un lavoro artigianale, in cui ogni spiegazione viene tagliata su misura per la specifica classe, andando oltre le pagine del manuale. Già dalla prima media, l’apprendimento passa attraverso la capacità di prendere appunti per integrarli al libro e assimilare l’argomento. Questa modalità didattica si estende poi al di fuori delle mura scolastiche, tra biblioteche, musei e piazze, trasformando la lezione in laboratori teatrali denominati “caffè letterari”, dove gli alunni recitano i versi studiati e interpretano poeti e personaggi storici o mitologici in costumi di scena, attraverso testi in prosa appositamente elaborati.

Piazza Italia nel Quartiere Europa come moderna agorà

Per l’ultimo caffè letterario della stagione 2025-2026, la scelta è ricaduta sull’agorà, la piazza intesa come luogo di aggregazione e condivisione del sapere. Nell’antica polis greca, l’agorà rappresentava il cuore pulsante della vita cittadina, lo spazio deputato alla vita di comunità e allo scambio di idee dove i filosofi, tra cui Socrate, discutevano pubblicamente. Se nell’antica Roma il corrispettivo era il foro, oggi il termine viene utilizzato metaforicamente per indicare piazze virtuali o spazi fisici progettati per favorire la socialità e il dibattito democratico.

La cornice dell’evento è stata Piazza Italia, nel Quartiere Europa, scelta come luogo ideale per trattare il tema della solidarietà attraverso un intreccio di miti focalizzati sui lati oscuri della figura di Teseo.

I lati oscuri dell’eroe ateniese tra mito e tragedia

Teseo, decimo re di Atene, sconfigge il minotauro grazie alla strategia del filo di Arianna, ma successivamente abbandona la donna a Naxos, un’isola a nord del mar Egeo. L’eroe si fregia, senza mai citarla, di aver sconfitto da solo l’incarnazione della violenza rappresentata dal mostruoso ibrido taurino, che Dante colloca a guardia del settimo cerchio dell’Inferno, dove patiscono i violenti contro il prossimo nel fiume Flegetonte, e che Picasso trasforma nel simbolo stilizzato della violenza degli uomini sulle donne.

Al ritorno ad Atene, Teseo giunge con le vele ancora nere. La storiografia antica ipotizza che il principe ateniese non abbia cambiato le vele da nere in bianche di proposito, al fine di suscitare la disperazione del padre Egeo e indurlo al suicidio, garantendosi così la successione immediata al trono. Mentre Arianna trova il vero amore dall’incontro sull’isola con Bacco, unione celebrata nell’Umanesimo dalla canzone carnascialesca “Il trionfo di Bacco e Arianna” di Lorenzo il Magnifico, la sorella Fedra diventa moglie di Teseo.

Il sovrano, tuttavia, rimane spesso assente per compiere imprese. Durante una di queste, sbarca con una concubina, Ippolita, regina delle Amazzoni, rapita dopo essere stata drogata. Dal loro legame nasce Ippolito. In seguito, Fedra si innamora del giovane, ma di fronte al rifiuto del ragazzo, che pratica la castità come sacerdote di Artemide, la donna si suicida, diventando uno dei personaggi più indagati della tragedia greca. La vicenda si conclude con la spedizione punitiva delle Amazzoni guidate da Pantesilea, nuova regina e sorella di Ippolita; durante lo scontro, Ippolita muore frapponendosi tra la freccia di Pantesilea e Teseo.

L’agire di Teseo produce così solo morti e distruzioni, richiamando la celebre frase del drammaturgo tedesco Bertolt Brecht in “Vita di Galileo”: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. La riflessione finale evidenzia come la salvezza di una terra non risieda nell’azione del singolo isolato, ma nel valore del singolo all’interno della comunità e nella solidarietà fra gli uomini.