Di Fernando De Donato
Il mondo sembra aver smarrito la strada della ragione.
Dopo la tragedia della pandemia, l’Europa aveva intrapreso un percorso diverso. Il grande progetto del PNRR sembrava rappresentare una nuova stagione: investimenti straordinari per rilanciare l’economia, modernizzare i territori, rafforzare la sanità, sostenere la transizione digitale ed ecologica, creare nuove opportunità per i cittadini e per le giovani generazioni. Sembrava prevalere l’idea che dalle difficoltà potesse nascere una nuova fase fondata sulla crescita, sulla solidarietà e sul progresso.
Poi, quasi improvvisamente, il ritorno della guerra e delle tensioni internazionali ha cambiato nuovamente la direzione dell’Europa. Oggi il dibattito pubblico sembra concentrarsi sempre più sul riarmo e sull’aumento degli investimenti militari.
La corsa agli armamenti che attraversa molti Paesi europei rappresenta il segnale di una crisi profonda della politica internazionale. Dopo decenni nei quali si era pensato che la diplomazia, il dialogo e la cooperazione potessero essere gli strumenti principali per garantire la pace, oggi assistiamo al ritorno della logica della paura e della contrapposizione.
La diplomazia internazionale registra forse il più grande fallimento dal secondo dopoguerra. Le istituzioni nate dalle macerie dei conflitti mondiali, create per impedire il ripetersi delle tragedie del Novecento, mostrano tutta la loro difficoltà nel governare le nuove crisi.
La contraddizione è evidente, mentre le nostre comunità hanno bisogno di investimenti in servizi, infrastrutture, scuola, sanità, lavoro e sviluppo, una parte crescente delle risorse viene indirizzata verso gli armamenti.
Il rischio è quello di annullare gli effetti di un percorso appena iniziato. Dopo una pandemia che aveva messo in ginocchio milioni di persone, si era aperta una stagione di speranza.
L’idea di utilizzare ingenti risorse pubbliche per migliorare la vita dei cittadini europei. Oggi quella prospettiva rischia di essere oscurata dalla paura della guerra.
La pace non può essere difesa soltanto aumentando gli arsenali. La pace si costruisce con la diplomazia, con la cooperazione tra i popoli, con la giustizia sociale e con politiche capaci di rimuovere le cause profonde dei conflitti.
Le Costituzioni nate dopo le tragedie del Novecento hanno messo al centro il ripudio della guerra e la tutela della dignità umana. Oggi quelle parole sembrano vacillare davanti a una realtà fatta di grandi contraddizioni. Si parla di pace mentre si preparano nuovi strumenti di guerra; si invoca sicurezza mentre cresce l’insicurezza sociale.
La vera sfida del nostro tempo dovrebbe essere investire nel futuro dell’umanità, non prepararsi al suo possibile declino.
Più scuole, più ricerca, più sanità, più sviluppo. Meno paura, meno contrapposizioni, meno corsa agli armamenti.
Su un punto, penso, possiamo tutti convergere: un mondo che spende più per distruggere che per costruire è un mondo che rischia di perdere la propria direzione.



