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Beirut? No, Bova marina. Un mare incredibile che non può più bastare…

Bova Marina oggi è un grido. Un grido soffocato dalla polvere, dall’asfalto che non c’è, dalle promesse che si sono sbriciolate come le passerelle di legno buttate lì “tanto per”. Il ciclone dei mesi scorsi non ha solo devastato un territorio: ha messo a nudo una fragilità profonda, culturale, amministrativa, identitaria. E ciò che resta è un paese che annaspa, che arranca, che sembra non riuscire a rialzarsi.

La domanda circola tra residenti, turisti, commercianti: “Paese in agonia?” La risposta, purtroppo, è fin troppo semplice: probabilmente sì. Basta una passeggiata sul lungomare — o su ciò che ne resta — per capire che non si tratta di esagerazioni giornalistiche. Beirut? No, Bova Marina. L’asfalto? Scomparso. La strada? Una distesa di polvere e materiale di risulta che si solleva a ogni passaggio di auto, trasformando le carrozzerie in tele monocromatiche color grigio-cantiere. Le passerelle per il mare? Tavole arrangiate, messe lì senza criterio, senza sicurezza, senza dignità. I lidi? Nel 2026, non pervenuti. I ristoranti sul mare, quelli che altrove diventano gioielli di accoglienza e bellezza? Qui sono un miraggio. Eppure i soldi ci sono. Lo Stato ha stanziato 1.400.000 euro per la rinascita dopo il dramma del ciclone. Una cifra importante, concreta, reale.

lungomare bova marina

 

Ma dopo le passerelle istituzionali — ministri, elicotteri, telecamere — anche quelle locali sembrano essersi inceppate. Si pecca di fantasia? Probabilmente sì. Si pecca di visione? Sicuramente. Si pecca di coraggio? Assolutamente.

Perché il problema, al di là del denaro, è culturale. È l’idea — radicata, tossica — che “il turista? Meglio non averlo”. Che il mare, pur essendo uno dei più belli d’Italia, possa bastare da solo. Che la bellezza non abbia bisogno di manutenzione, cura, progettazione.

Bova Marina ha un mare che definire cristallino è riduttivo. Ha panorami mozzafiato, storia, archeologia, tradizioni, gastronomia. Ha tutto ciò che serve per essere una perla del Mediterraneo. Eppure sembra essersi fermata agli anni ’80.Anche prima.

Granite deliziose, certo. Ma oltre? Il nulla. O meglio: un nulla che grida vendetta. Cosa fare allora?

Serve una sveglia collettiva, un sussulto di dignità, un uragano — questa volta positivo — che spazzi via l’immobilismo e rimetta in moto una comunità intera. Serve che il popolo di Bova Marina torni ad amare davvero il proprio territorio, guardando oltre l’orizzonte dei propri occhi. Serve che residenti, amministratori, commercianti, associazioni, giovani e anziani capiscano che la bellezza non basta: va coltivata, protetta, valorizzata. Serve una visione. Serve una strategia. Serve una rinascita. E serve adesso.