Lunedì 21 settembre sono entrate in vigore le nuove tariffe massime di rimborso per le prestazioni erogate per conto del Servizio Sanitario Nazionale. Il provvedimento, approvato in Conferenza Stato-Regioni, aggiorna 448 prestazioni di specialistica ambulatoriale, visite ed esami diagnostici, oltre a 222 codici del nomenclatore dell’assistenza protesica, intervenendo su un totale di 1.063 voci. L’impatto medio stimato sui costi sostenuti dai pazienti è pari al 5,8%, una revisione che suscita forti critiche e accende il dibattito sulla sostenibilità delle spese sanitarie per le famiglie.
L’impatto dei conflitti internazionali e le carenze del sistema pubblico
A contestare la misura è l’associazione Codici, che collega la decisione anche alle tensioni geopolitiche mondiali e alla crisi delle materie prime.
“Non possiamo ignorare che questi rincari arrivano in un momento in cui i conflitti in corso nel mondo stanno mettendo sotto pressione l’intera catena dei costi che sostiene la sanità pubblica: dall’energia alle materie prime, fino ai dispositivi medici e ai presidi protesici, molti dei quali dipendono da forniture internazionali soggette a rincari e instabilità”, dichiara Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale di Codici.
“In questo contesto, il rischio è che le tensioni geopolitiche si scarichino, ancora una volta, sulle tasche dei cittadini e sulle famiglie che già faticano a far quadrare i conti. Un aumento delle tariffe non basta certo a compensare le difficoltà strutturali del Servizio Sanitario Nazionale, che continua a mostrare crepe evidenti su liste d’attesa, carenza di personale e disomogeneità territoriale nell’accesso alle cure. Pagare di più non significa automaticamente curarsi meglio. In troppe Regioni le attese per una visita specialistica si misurano in mesi e chi non può aspettare è costretto a rivolgersi al privato, con una spesa che si somma a quella pubblica. Chiediamo alle istituzioni di accompagnare ogni intervento sulle tariffe con investimenti reali su tempi di attesa, personale sanitario e prevenzione, e di tutelare la sanità pubblica dagli effetti indiretti dell’instabilità internazionale, perché altrimenti il rischio è che i cittadini paghino di più per un servizio che, nei fatti, non riescono nemmeno a utilizzare”.
Quali prestazioni aumentano e quali restano invariate
Tra gli incrementi più consistenti figurano la prima visita cardiologica con elettrocardiogramma, che passa da 33,60 a 38,00 euro, l’agoaspirato della mammella, che sale da 31,25 a 36,50 euro, e le prime visite specialistiche di base come quelle ginecologiche, endocrinologiche o ortopediche, cresciute da 25,00 a 26,00 euro. Sul fronte delle percentuali si registrano i rincari più marcati nella diagnostica vascolare (+52,5%), nelle biopsie (+16,8%), nell’elettromiografia (+13,3%) e nei prelievi (+12,8%).
“Fortunatamente la maggior parte delle prestazioni più comuni resta invariata”, aggiunge Giacomelli. “Inoltre, c’è da tenere in considerazione il tetto massimo di 36,15 euro per ricetta, che in alcuni casi attenua l’impatto reale sul cittadino, e il fatto che sono esclusi dall’aumento, come sempre, gli esenti per reddito, patologia, invalidità, disoccupazione, le donne in gravidanza e chi accede a programmi di screening. Non si può, però, rimanere indifferenti però a questi incrementi, ad esempio pensando a quelli più marcati che riguardano diagnostica vascolare, biopsia, elettromiografia e prelievi. Non è questa la strada da perseguire per migliorare il Servizio Sanitario Nazionale e per garantire ai cittadini una sanità efficace e tempestiva, soprattutto in un momento storico in cui le tensioni internazionali già gravano pesantemente sul costo della vita”.
L’associazione si impegna a seguire l’evoluzione della situazione per valutare le ricadute economiche sugli utenti e raccogliere le segnalazioni provenienti dalle varie regioni.



