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Evasione e lavoro nero, Calabria prima in Italia: dai Comuni recuperati solo pochi spiccioli

L’evasione fiscale e contributiva in Italia continua a viaggiare alla cifra di 107 miliardi di euro all’anno, mentre il cosiddetto “magazzino della riscossione” vanta crediti non riscossi per un valore complessivo di 1.331 miliardi. In questo scenario, anche gli enti locali sono chiamati a svolgere un ruolo attivo attraverso le “segnalazioni qualificate” inviate all’Agenzia delle Entrate, strumento che garantisce un ritorno economico proporzionale agli sforzi sostenuti.

Il panorama nazionale e le criticità del sistema

Nonostante la legge attribuisca ai Comuni una quota pari al 50% di quanto recuperato grazie alle segnalazioni inviate, i dati diffusi dall’Ufficio studi della Cgia evidenziano un’adesione ridotta al meccanismo di controllo. Nel 2024 gli enti locali sono riusciti a far emergere appena 5 milioni di euro di evasione erariale.

L’importo complessivamente incassato dai sindaci nel 2025 è stato di 2.508.446,37 euro. A partecipare attivamente alla procedura sono stati soltanto 304 Comuni su quasi 7.900, corrispondenti al 3,8% del totale nazionale, lasciando il restante 96,2% in una condizione di sostanziale inattività rispetto a questo strumento.

La situazione in Calabria tra sommerso e lavoro irregolare

Spostando l’analisi sul territorio calabrese, i numeri mostrano una distanza sensibile tra la dimensione dell’economia informale e l’efficacia dell’azione di contrasto. Secondo la Cgia, la Calabria registra la più alta incidenza del sommerso in Italia, con il 19,0% di economia non osservata sul valore aggiunto regionale. Il gettito sottratto ogni anno a tasse e contributi ammonta a 3,282 miliardi di euro, pari a 20,4 euro evasi ogni 100 euro incassati dal fisco, a fronte di una media nazionale di 12,1 euro.

Sul fronte dell’occupazione, il tasso di irregolarità raggiunge il 17,9%, contro il 10,0% della media italiana e il 13,8% del Mezzogiorno. In termini assoluti, il dato si traduce in circa 111.300 lavoratori privi di contratto o tutele previdenziali nei settori dell’agricoltura, delle costruzioni e del terziario.

A questi fattori si aggiunge il tema dell’abusivismo edilizio. La Calabria condivide con la Basilicata il primato nazionale con un livello del 54,1% di illeciti sulle costruzioni, con violazioni delle norme urbanistiche e paesaggistiche quasi quattro volte superiori alla media nazionale del 15,1%.

I dati dei Comuni calabresi e i motivi dell’inerzia

Di fronte a un ammontare sottratto superiore ai 3,2 miliardi di euro, la risposta dei Comuni calabresi registra numeri contenuti. Su 404 enti locali della regione, soltanto 10 (pari al 2,5%) hanno trasmesso segnalazioni qualificate tali da produrre un ritorno economico nel 2025. Nel Mezzogiorno gli enti attivi sono stati 46, con un incasso complessivo di 89.461 euro.

Nella graduatoria regionale, Reggio Calabria figura al primo posto con 34.205,42 euro recuperati (11° posto nazionale), seguita da Villa San Giovanni con 26.942,89 euro (22ª a livello nazionale). Tra i municipi che figurano con somme incassate compaiono poi:

  • Luzzi: 1.034,70 euro

  • Melito di Porto Salvo: 744,99 euro

  • Bisignano: 742,67 euro

  • Castrolibero: 716,05 euro

  • Altilia: 187,76 euro

  • Petilia Policastro: 25,00 euro

  • Fuscaldo: 17,26 euro

Chiude la classifica Crotone con un recupero pari a 2,63 euro, mentre alla Cgia non risultano dati relativi ai capoluoghi di Catanzaro, Cosenza e Vibo Valentia.

L’associazione degli artigiani individua le ragioni del mancato utilizzo delle segnalazioni in tre fattori principali: la scarsità di personale qualificato e di formazione specifica negli uffici tributi comunali, la scelta politica di evitare controlli capillari su lavoro nero ed edilizia residenziale per preservare il consenso elettorale, e l’instabilità del quadro normativo, che ha visto oscillare la percentuale spettante ai Comuni dal 30% iniziale fino al 100%, con successive riduzioni e modifiche previste fino al 2026.

I municipi avrebbero la possibilità di intervenire in cinque ambiti specifici: edilizia abusiva e locazioni non dichiarate, esercizio di attività d’impresa in assenza di partita Iva, verifiche sulle residenze fittizie all’estero e controlli sulla disponibilità di beni di lusso non coerenti con i redditi dichiarati. Il mancato incrocio delle banche dati disponibili riduce tuttavia le risorse a disposizione dei bilanci locali e il livello dei servizi erogati alla collettività.