In un momento economico delicato per l’Italia, l’ipotesi di un cospicuo aumento retributivo per la magistratura solleva forti discussioni e trova uno stop immediato ai vertici dell’esecutivo. La premier Giorgia Meloni ha infatti annunciato di non essere intenzionata a firmare il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che darebbe il via libera all’adeguamento degli stipendi delle toghe, una misura il cui costo complessivo per le casse dello Stato sfiorerebbe il miliardo di euro.
La decisione del Presidente del Consiglio nasce da una valutazione di priorità e di equità sociale. La premier ha sottolineato come, in coscienza, non sia possibile destinare una cifra così imponente agli stipendi di una categoria già tutelata, quando settori strategici come l’autotrasporto rischiano il blocco per mancanza di risorse. I fondi richiesti per l’adeguamento delle magistrature rappresentano infatti circa dieci volte l’importo che il governo sta cercando di stanziare per sostenere il trasporto merci e impedire la paralisi della distribuzione in tutto il Paese. Di fronte al confronto con lo stipendio medio dei cittadini italiani, le cifre dell’adeguamento appaiono difficilmente comprensibili per l’opinione pubblica.
All’origine della vicenda c’è un meccanismo di calcolo particolare, unico nel panorama della pubblica amministrazione. Diversamente da altre categorie professionali, gli stipendi dei magistrati non si decidono mediante contrattazione collettiva, ma vengono adeguati per legge ogni tre anni prendendo come riferimento le variazioni retributive degli altri dipendenti pubblici. Tali parametri, calcolati dall’Istat, vengono poi recepiti tramite Dpcm. Negli anni scorsi, i Governi precedenti avevano applicato un metodo di calcolo che prevedeva aumenti del 4,85% per il triennio 2018-2020 e del 6,69% per il periodo 2021-2023.
L’Associazione Nazionale Magistrati e altre sigle della categoria hanno tuttavia impugnato tali criteri, sostenendo la necessità di rivedere il sistema di calcolo. I ricorsi accolti dal Tar e dal Consiglio di Stato hanno dato ragione alle toghe, raddoppiando di fatto le percentuali di aumento, salite rispettivamente al 6,22% e al 12,32% per i due trienni. Con le nuove tabelle, l’adeguamento si tradurrebbe in circa ventimila euro all’anno di incremento per ciascun magistrato, a cui si aggiungerebbero arretrati fino a centomila euro a testa.
La risposta del sindacato delle toghe non si è fatta attendere: l’Anm ha annunciato l’intenzione di fare ricorso per tutelare quelli che ritiene diritti legittimi di ogni cittadino ed è pronta a chiedere la nomina di un commissario ad acta da parte del Consiglio di Stato. Da parte sua, Palazzo Chigi non mostra cedimenti, affermando che ciascun organo si assumerà le proprie responsabilità. Ciononostante, Giorgia Meloni si è detta comunque aperta al dialogo con i rappresentanti dei magistrati, fiduciosa del fatto che la maggior parte di essi comprenda la gravità del momento storico e la necessità di indirizzare le risorse pubbliche verso le vere emergenze della nazione.



