A Cosenza, una decisione amministrativa sta infiammando il dibattito pubblico e sollevando un’ondata di indignazione: la statua di Giacomo Mancini, figura storica e sindaco amato, lascerà Corso Mazzini. Una mossa che, secondo i detrattori, non solo è inopportuna, ma anche economicamente insensata, trasformandosi in un vero e proprio “monumento all’arroganza”.
Le parole di Giacomo Mancini, vice presidente della FGM (Fondazione Giacomo Mancini), non lasciano spazio a interpretazioni: “Ottomilacentocinquantadue virgola zero quattro (8.152,04) euro sono stati reperiti nell’esangue bilancio del comune di Cosenza e sottratti da Caruso ai bisogni e alle necessità dei cittadini per pagare lo sfratto della statua di Giacomo Mancini da davanti al municipio.” Una cifra considerevole, spesa per un’operazione che molti considerano uno spreco ingiustificabile.
La polemica è stata alimentata anche dalla tempistica: la determina di incarico, firmata il 18 aprile dal dirigente Giuseppe Bruno e affidata a Brezia Restauri di Amedeo Lico, è stata tenuta nel cassetto fino a ieri, dopo le denunce pubbliche che avevano già indignato i cosentini. Ciò che è ancora più grave, secondo Mancini, è che tale determina violerebbe palesemente le procedure previste dalla convenzione sottoscritta tra Comune e FGM.
Spreco, offesa alla storia e opportunità perdute per Cosenza
Quegli 8.152,04 euro, accusa Mancini, sono stati impiegati per “oltraggiare la storia, per offendere il sentimento collettivo dei cosentini, per calpestare la memoria di un grande sindaco ancora tanto amato e tanto rimpianto”. Ma la critica non si ferma qui: la stessa cifra, o anche meno, avrebbe potuto essere utilizzata per bisogni ben più urgenti e sentiti dalla comunità.
Si pensi, ad esempio, alla necessità di ripulire il Museo all’aperto Bilotti (MAB), che oggi appare come un “letamaio”, deturpato da strutture pubblicitarie autorizzate dallo stesso Caruso e da un’infinità di bancarelle ambulanti che ne impediscono la piena fruizione. Un affronto ai mecenati Carlo ed Enzo Bilotti, che hanno donato opere preziose alla città.
Quella somma avrebbe potuto avviare una campagna di marketing territoriale per pubblicizzare Cosenza nei circuiti nazionali e internazionali, attraendo turisti e investitori. Si sarebbero potuti stampare libri sulla storia millenaria della città, cartine da distribuire ai visitatori, o realizzare un sito web con pagine social dedicate a far conoscere l’importanza delle opere d’arte esposte al MAB. “Ma Caruso lo sa che il comune di Cosenza sul proprio sito non ha nemmeno una piccola sezione dedicata al Mab?”, la provocazione di Mancini.
Un segnale di arroganza e speranza di cambiamento
Per Mancini, l’utilizzo di questi fondi per lo spostamento della statua è un “monumento alla sua arroganza, al suo potere senza qualità, al suo essere forte con i deboli e ossequioso ai desiderata dei forti”. Un’amministrazione dotata anche solo di un minimo senso etico e di amore per Cosenza avrebbe impiegato quelle risorse per migliorare la città, renderla più bella, più attrattiva, per valorizzare ciò che di pregio possiede e per porre rimedio a ciò che ancora non funziona.
Fortunatamente, come conclude Mancini, “il tempo passa veloce e fra pochi mesi la città si libererà del cappuccio che la soffoca.” E, aggiunge con amarezza, “Caruso sarà ricordato come quel piccolo uomo che ha utilizzato i soldi dei cosentini per sfrattare la statua di Giacomo Mancini da davanti al municipio.” Un epilogo che, al di là della statua, chiama in causa il rispetto per la storia, la memoria e la corretta gestione delle risorse pubbliche.



