I fatti raccapriccianti emersi in provincia di Reggio Calabria non sono solo cronaca giudiziaria; sono l’urlo di un’emergenza sociale che non possiamo più ignorare. Un gruppo di giovani ha trasformato la crudeltà in intrattenimento, infierendo su esseri umani vulnerabili e animali indifesi con l’unico scopo di nutrire la bestia dei social network. Non siamo di fronte a un raptus isolato, ma a una lucida e sistematica mercificazione del dolore.
La tirannia del like: quando il reato diventa performance
Ciò che gela il sangue non è solo la ferocia degli atti, ma la frase intercettata tra i protagonisti: “Se gli dai una coltellata questo video diventa virale”. In questa manciata di parole è racchiuso il crollo della nostra civiltà. L’atto violento non è più uno sfogo, ma un prodotto confezionato per il mercato digitale. Il criterio guida non è più la distinzione tra giusto e sbagliato, ma il numero di visualizzazioni che l’azione può produrre. La vittima smette così di essere una persona e diventa un oggetto di scena funzionale alla costruzione di una macabra identità digitale.
L’irrilevanza dell’empatia
In questo scenario, l’empatia non è scomparsa: è diventata inutile. Se l’obiettivo è la visibilità estrema, la sofferenza altrui diventa un ostacolo da ignorare o, peggio, un ingrediente necessario per il successo algoritmico. È una deriva in cui l’essere visti coincide con l’esistere, e dove il confine tra realtà e rappresentazione si dissolve, lasciando spazio a un automatismo performativo privo di umanità.
Oltre la repressione: la sfida educativa
Se è vero che la magistratura deve agire con fermezza, la sola risposta punitiva sarebbe un fallimento collettivo. Dobbiamo chiederci quale idea di umanità stiamo trasmettendo alle nuove generazioni. È urgente ristabilire il concetto di limite, non come censura esterna, ma come consapevolezza che l’altro possiede una dignità non negoziabile. Serve un’alfabetizzazione digitale critica per insegnare ai giovani a non essere schiavi dei meccanismi della visibilità, sottraendo la relazione umana alla logica della prestazione. Famiglia, scuola e istituzioni devono tornare a collaborare per rendere la violenza non solo punibile, ma culturalmente impensabile.
“Se la visibilità diventa il criterio ultimo di valore, tutto rischia di essere sacrificato, anche la dignità umana.”
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime ferma condanna e rinnova il suo impegno: non basta insegnare i diritti, bisogna viverli. Educare oggi significa strappare i giovani dall’illusione che un like valga più di una vita, ricostruendo dalle macerie di Reggio Calabria un senso di responsabilità che rimetta, finalmente, la persona al centro.



