Assolta perché il fatto non sussiste. Si è conclusa in questo modo la vicenda giudiziaria che vedeva imputata una donna di quasi ottant’anni residente ad Aprigliano, finita a processo davanti al Tribunale di Cosenza con l’accusa di aver effettuato riprese video non autorizzate con il proprio smartphone ai danni dei vicini di casa. Il giudice monocratico Antico ha pronunciato una sentenza di assoluzione piena, escludendo qualsiasi rilevanza penale nella condotta dell’anziana.
L’origine della vicenda e le accuse dei vicini
Il procedimento penale aveva preso il via in seguito alle querele presentate da alcuni residenti della zona. I vicini avevano segnalato alle autorità una presunta attività di registrazione continua e ripetuta da parte della donna, sostenendo che l’uso dello smartphone fosse finalizzato a captare immagini e momenti legati alla loro vita quotidiana e alla loro sfera privata. Secondo l’ipotesi iniziale della Procura, tale comportamento avrebbe configurato una violazione delle norme che tutelano la riservatezza nei luoghi di privata dimora.
L’istruttoria dibattimentale e le prove in aula
Nel corso del dibattimento è stata condotta un’approfondita attività istruttoria per verificare la fondatezza delle accuse. Il Tribunale ha analizzato gli elementi probatori raccolti e ha ascoltato i testimoni citati dalle parti, tra cui un carabiniere in servizio presso la Stazione di Rogliano, citato dalla difesa. Durante il processo si è proceduto anche all’esame dell’imputata, la quale ha potuto fornire la propria versione dei fatti direttamente davanti al giudice, respingendo l’ipotesi di aver spiato o documentato indebitamente la vita dei vicini.
Le argomentazioni della difesa e la decisione del giudice
Le tesi sollevate dall’avvocato Pierluigi Pugliese, difensore dell’anziana, sono state integralmente accolte dal giudice Antico. La difesa ha dimostrato l’assenza di elementi oggettivi capaci di confermare la condotta contestata e l’inapplicabilità della fattispecie di reato al caso in esame. Nella motivazione della sentenza, il magistrato ha richiamato una lettura sostanziale delle normative sulla privacy, evidenziando come l’azione della donna non avesse in alcun modo leso i beni giuridici protetti dalla legge. La formula “il fatto non sussiste” cancella definitivamente ogni addebito a carico della pensionata.



