Il progetto di trasferire i medici di medicina generale nei ruoli della dipendenza per impiegarli nelle nascenti case di comunità sembra essere vicino al fallimento. La riforma, pensata per popolare le nuove strutture territoriali, si trova in una fase di stallo dopo le proteste, gli scioperi annunciati dalle sigle sindacali e le perplessità emerse persino all’interno della stessa maggioranza di governo.
I nodi centrali del dibattito riguardano la natura stessa del ruolo del medico di base e le difficoltà strutturali nel reperire il personale necessario, una criticità che rischia di ripercuotersi sull’efficacia del servizio offerto ai cittadini, in particolare in regioni che già affrontano storiche carenze di organico come la Calabria.
Le posizioni del sindacato e lo scontro politico
Il percorso della riforma è stato segnato da un confronto acceso tra le istituzioni e le rappresentanze dei lavoratori. Nel corso degli ultimi incontri ministeriali, alla presenza del ministro Orazio Schillaci, del sottosegretario Marcello Gemmato e dei governatori delle Regioni Lombardia, Lazio e Friuli Venezia Giulia, sono emerse profonde divisioni sia sul fronte politico sia su quello sindacale.
A esprimere una netta contrarietà all’ipotesi della dipendenza sono state le organizzazioni di categoria. Il segretario nazionale della Fmt, Francesco Esposito, ha delineato le motivazioni del rifiuto, ponendo l’accento sulla salvaguardia del legame tra professionista e assistito:
«Si sono dette contrarie soprattutto le organizzazioni sindacali, quanto meno due su quattro, tra cui la più rappresentativa. Tutti contrari a questa forma di dipendenza che mina il rapporto fiduciario con il paziente. Ad esempio, se uno si frattura una gamba e va in ospedale non trova sempre lo stesso ortopedico, ma in questo caso non è un problema in quanto si vuol semplicemente verificare lo stato della frattura. Con il medico di base invece cambia perché se nella casa di comunità trovo sempre un medico diverso si perde la continuità assistenziale. Il medico di famiglia segue il paziente e quindi consiglia durante l’intero percorso della salute».
Secondo i rappresentanti dei medici, la strada da seguire non passa per l’inquadramento come dipendenti, ma per una riorganizzazione basata sulle convenzioni. L’ipotesi avanzata prevede la disponibilità a prestare servizio nelle case di comunità attraverso un monte orario definito e una rimodulazione degli studi medici esistenti. Esposito ha infatti ribadito che la via maestra consiste nel fare immediatamente l’atto di indirizzo e rinnovare la convenzione che stabilisce le regole operative all’interno delle strutture, definendo ogni altra opzione come una scorciatoia destinata a creare ulteriori problemi.
Le incognite sulla funzionalità e il caso Calabria
L’eventuale blocco del piano originario impone la ricerca di soluzioni legislative urgenti, con la necessità di un decreto entro il 30 giugno per ridefinire la gestione delle case di comunità. La questione tocca da vicino la Calabria, dove l’attivazione dei nuovi presidi deve fare i conti con la carenza cronica e il difficile reclutamento di operatori sanitari.
Il rischio principale è la creazione di strutture prive dei requisiti minimi per rispondere alle esigenze della popolazione. Un timore espresso chiaramente dallo stesso segretario della Fmt, il quale, pur riconoscendo una recente accelerazione sul fronte degli investimenti, ha manifestato forti riserve sulla reale efficacia del progetto:
«Chiaramente non voglio che la regione fallisca, però nutro qualche dubbio che si riesca ad aprire case di comunità funzionali e dotate di tutti i servizi. Simili strutture funzionano se ci sono medici di famiglia, infermieri di famiglia, specialisti e tutti quei servizi che rappresentano il contenuto essenziale capace di fornire risposte ai cittadini, quanto meno una diagnosi di primo livello. Non ho idea se le Asp in questo momento siano attrezzate per riuscirvi, certamente c’è qualche esempio virtuoso».
Tra le eccezioni sul territorio viene segnalata la situazione sul versante montano del Reventino, dove è prevista l’apertura di una casa di comunità considerata funzionale grazie al trasferimento di un’intera aggregazione funzionale territoriale (AFT), che garantirà la presenza di medici, infermieri e servizi essenziali. Resta tuttavia l’incognita sul livello di diffusione di simili modelli nel resto del territorio regionale.



