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Case di Comunità, lo SMI rifiuta l’accordo: “Trasforma i medici di base in dipendenti senza tutele”

Il Sindacato Medici Italiani (SMI) ha espresso una netta contrarietà alla proposta di integrazione-stralcio dell’Accordo Collettivo Nazionale (ACN) per le Case della Comunità (CdC), dichiarando l’impossibilità di procedere alla sottoscrizione del testo. Alla base del rifiuto vi è una forte contestazione riguardante l’introduzione dell’obbligo orario e le conseguenti ripercussioni sulla natura giuridica della professione.

Le motivazioni del sindacato e l’impatto sulla professione

La decisione di non firmare l’accordo nasce dal rischio di uno stravolgimento della professione. Pina Onotri, Segretario Generale SMI, ha evidenziato come le nuove disposizioni modifichino l’assetto attuale: “Esprimiamo la nostra contrarietà alla proposta di integrazione-stralcio dell’Accordo Collettivo Nazionale (ACN) per le Case della Comunità (CdC), dichiarando l’impossibilità di procedere alla sottoscrizione del testo per queste motivazioni: stravolgimento della natura giuridica del rapporto di lavoro che attualmente disciplina l’esercizio della professione di medico di medicina generale con il Servizio Sanitario Nazionale nell’alveo della libera professione convenzionata”.

Secondo il sindacato, l’imposizione a tutti i medici in servizio di un obbligo orario fino a sei ore settimanali all’interno delle Case di Comunità ridurrebbe l’attività della medicina generale a una mera copertura di un fabbisogno orario residuo strutturato dall’Azienda Sanitaria Locale. Questo meccanismo introdurrebbe elementi tipici di un rapporto di subordinazione, come l’etero-direzione e il potere direttivo aziendale, senza tuttavia garantire le tutele previste per il lavoro dipendente, tra cui indennità di malattia, infortuni, ferie garantite, ammortizzatori sociali o limitazione del rischio d’impresa, che rimarrebbe interamente a carico del medico.

Mancanza di flessibilità e rischi di abbandono della professione

La scelta di imporre il debito orario tramite prestazioni aggiuntive obbligatorie viene considerata lesiva del principio di autonoma organizzazione del medico di medicina generale. Tale vincolo minerebbe la flessibilità organizzativa necessaria per garantire la qualità delle cure sul territorio, incrementando al contempo i carichi di lavoro.

La sigla sindacale ha manifestato la necessità di una consultazione democratica con i propri iscritti prima di approvare modifiche che incidono in modo radicale e permanente sulla vita professionale della categoria. Durante il confronto istituzionale, lo SMI ha presentato soluzioni alternative, come la previsione di una convenzione basata esclusivamente su base oraria per le Case di Comunità. La mancata accoglienza di tali proposte fa temere al sindacato un’accelerazione dei prepensionamenti e degli abbandoni della professione, con il rischio per milioni di cittadini di rimanere senza assistenza medica.