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Il Washington Post accende i riflettori sul caso Calabria: «Sfida gli Usa sui medici cubani»

La Calabria rimane al centro di un caso diplomatico internazionale per la scelta di mantenere in servizio i medici cubani nei propri ospedali periferici, respingendo le sollecitazioni giunte da Washington. La regione rappresenta uno dei rari contesti europei in cui è attivo questo programma di cooperazione, che gli Stati Uniti considerano una fonte di finanziamento per il governo di L’Avana e del quale chiedono da tempo l’interruzione.

Attualmente sono oltre 200 i professionisti sanitari caraibici impiegati nelle strutture calabresi, una realtà che sconta una storica carenza di personale e che, secondo i dati del Ministero della Salute, si colloca all’ultimo posto tra le 20 regioni italiane per l’accesso alle cure pubbliche. I persistenti deficit di bilancio hanno portato a 17 anni di amministrazione straordinaria, conclusi solo di recente, aggravando una situazione strutturale che vede molti neolaureati trasferirsi nel Nord del Paese.

La situazione nei presidi sanitari periferici

L’apporto del contingente cubano si rivela determinante per la continuità dei servizi essenziali, in particolare nei presidi d’emergenza. Prima del loro arrivo, la sostenibilità dei turni era compromessa dalla scarsità di organico.

“Era un disastro. Tenevo il pronto soccorso aperto da solo”, ha dichiarato il primario dell’ospedale di Polistena, Francesco Moschella, descrivendo le condizioni precedenti al gennaio 2023.

Presso la medesima struttura, sei medici cubani coprono oggi la metà del personale del pronto soccorso, che registra circa 30.000 accessi all’anno. Tra loro vi è Zoila Yakelin Arevalo Cruz, specialista in medicina d’emergenza giunta in Italia a metà 2023, la quale ha evidenziato l’impatto del loro inserimento sui tempi di attesa.

“Di un Paese del primo mondo, l’Europa, avevamo un’idea completamente diversa. Non pensavamo che la carenza di medici fosse così grave. In questo ospedale c’erano code di 8 o 12 ore. Ora, grazie al nostro lavoro, in meno di un’ora un medico ti visita”, ha spiegato Arevalo Cruz.

Il contesto diplomatico e la posizione della Regione

La continuità del programma ha suscitato l’attenzione delle autorità statunitensi. A febbraio, il chargé d’affaires per Cuba Mike Hammer e il console generale Usa a Napoli si sono recati in Calabria per un colloquio con il presidente della Regione, Roberto Occhiuto. Durante l’incontro sono state prospettate fonti alternative di personale internazionale, in linea con l’approccio di Washington che definisce le missioni mediche una forma di sfruttamento economico da parte del governo cubano. Negli ultimi mesi, nazioni come la Giamaica e l’Honduras hanno interrotto i propri accordi con L’Avana, mentre il Messico ha difeso l’utilità del servizio per le fasce più deboli.

Nonostante le distanze ideologiche rispetto al modello politico cubano, l’amministrazione regionale ha confermato la necessità di mantenere l’accordo per evitare il collasso delle strutture sanitarie. Il piano iniziale prevedeva l’estensione dell’organico fino a circa 1.000 unità, una quota ridotta per non inasprire i rapporti con Washington. Per differenziare la gestione locale rispetto ad altri accordi internazionali, la Regione Calabria non remunera l’agenzia governativa cubana, ma stipula contratti individuali con i singoli professionisti, accreditando gli stipendi su conti correnti italiani.

“Ho avuto pressioni anche durante l’amministrazione Biden. Ma sono aumentate con Trump. Allo stesso tempo ho ribadito all’ambasciatore Usa Hammer che avevo bisogno di tenere aperti gli ospedali e che intendo mantenere in servizio i medici cubani attualmente in Italia”, ha riferito Occhiuto.

Il sistema dei compensi e il legame con L’Avana

I medici impiegati nel programma hanno confermato di destinare una quota, che Invoice fino alla metà del proprio compenso, al governo cubano, descrivendo l’atto come una scelta legata al percorso formativo ricevuto in patria.

“Siamo tutti consapevoli della situazione economica che Cuba sta attraversando. È un contributo che diamo volontariamente perché Cuba ci ha formato, ci ha istruito e ci ha fatto diventare medici”, ha precisato Arevalo Cruz.

Dello stesso avviso la cardiologa Daisy Luperon Loforte, che ha respinto le critiche internazionali sulle condizioni di lavoro: “Non ci consideriamo affatto schiavi dei tempi moderni, come qualcuno ci ha definito. Amiamo il nostro Paese, diamo un contributo economico e siamo felici di farlo”.

Parallelamente ai canali ufficiali dell’accordo, si registra l’iniziativa autonoma di alcuni professionisti. Il governo regionale ha infatti comunicato che 63 medici cubani hanno presentato domanda per inserirsi nel sistema sanitario calabrese al di fuori del programma statale.