Una scoperta tanto eccezionale quanto dolorosa è stata fatta lungo la costa del Vibonese. Durante le attività di monitoraggio dedicate ai nidi di Caretta caretta, i volontari del Wwf Vibo Valentia/Vallata dello Stilaro hanno individuato la carcassa di una tartaruga Liuto, il più grande chelone marino esistente. Il ritrovamento è avvenuto al largo del villaggio Porto Ada, nel tratto di costa compreso tra la foce del fiume Angitola e il confine con Curinga, durante le consuete attività di controllo svolte nell’ambito dei progetti di conservazione delle specie marine.
Il monitoraggio per proteggere i nidi di Caretta caretta
Da alcune settimane i volontari del Wwf stanno effettuando monitoraggi quotidiani lungo il litorale per individuare e mettere in sicurezza eventuali nidi di tartaruga Caretta caretta. L’attività rientra nei progetti TartaMar e Life Adapts, iniziative internazionali che coinvolgono Italia, Grecia e Cipro con l’obiettivo di studiare la resilienza delle principali specie simbolo del Mediterraneo – Caretta caretta, tartaruga verde e foca monaca – ai cambiamenti climatici e sviluppare strategie di tutela degli habitat più delicati.
La scoperta grazie a un drone
La carcassa è stata individuata dopo la segnalazione di un corpo galleggiante in mare. Il giovane Giorgio Assisi, studente di Biologia e volontario del Wwf, ha localizzato l’animale utilizzando un drone. Successivamente ha raggiunto il punto del ritrovamento grazie a un natante messo a disposizione dal gestore di uno stabilimento balneare. Le immagini sono state immediatamente trasmesse al responsabile del settore Conservazione del Wwf Vibonese, Pino Paolillo, che ha identificato l’animale come una tartaruga Liuto, specie rarissima nei mari italiani.
Potrebbe essere la stessa tartaruga avvistata a Pizzo
Secondo gli ambientalisti, non è escluso che si tratti dello stesso esemplare osservato lo scorso 11 giugno davanti alla costa di Pizzo, quando un cittadino, Giorgio Procopio, aveva filmato il raro animale mentre nuotava nelle acque del Tirreno calabrese. Un avvistamento che aveva suscitato entusiasmo tra studiosi e appassionati della fauna marina e che oggi assume un significato ancora più amaro.
Il sospetto di un impatto letale con le attività umane
Per Pino Paolillo, che dal 1986 monitora spiaggiamenti e catture accidentali di tartarughe marine e cetacei, gli avvistamenti della Dermochelys coriacea sono poco frequenti, anche se non eccezionali. L’ipotesi più probabile è che anche questo esemplare sia rimasto vittima delle attività umane. Tra le possibili cause della morte figurano l’intrappolamento negli attrezzi da pesca, la collisione con imbarcazioni oppure l’ingestione di plastica, minacce sempre più frequenti per la fauna marina. Una tragedia che, secondo il Wwf, conferma ancora una volta come il Mar Mediterraneo continui a rappresentare un ambiente ad alto rischio per specie che popolano gli oceani da milioni di anni e che oggi devono fare i conti con le conseguenze dell’attività dell’uomo.



