Il Patto territoriale della Piana di Gioia Tauro ha preso atto della decisione istituzionale di smantellare la tendopoli di San Ferdinando e di procedere con l’apertura delle palazzine situate in Contrada Serricella a Rosarno. Nonostante le richieste di confronto formalmente avanzate da tempo siano rimaste inascoltate, le realtà sociali e sindacali riunite nel Patto hanno espresso forte perplessità sulle modalità operative individuate per la transizione.
Se da un lato la fine dei ghetti rappresenta un obiettivo storico della rete territoriale, dall’altro la soluzione adottata appare priva di una prospettiva strategica a lungo termine. La critica principale riguarda il mancato riutilizzo del patrimonio immobiliare sfitto, in un’area segnata dal progressivo spopolamento dei comuni interni.
Le criticità del piano di accoglienza e la gestione dell’emergenza
Secondo la nota diffusa dal Patto territoriale, gli interventi predisposti finora continuano a muoversi nella logica dell’emergenza. Gli stessi soggetti istituzionali che in passato avevano autorizzato l’apertura delle tendopoli oggi ne promuovono lo smantellamento, senza coinvolgere le comunità locali, i sindacati, le associazioni e i lavoratori stessi.
Nel comunicato viene evidenziato come la gestione dell’accoglienza dei braccianti agricoli abbia comportato negli anni una notevole dispersione di fondi pubblici. Le realtà del territorio sottolineano che “In uno dei territori più impoveriti del Paese, la politica istituzionale ha fatto dello sperpero e dell’emergenza le due facce della stessa medaglia, senza che nessuno sia mai stato chiamato a rispondere dei propri errori”. Il mancato coinvolgimento dei Comuni della Piana impedisce inoltre di sfruttare le migliaia di abitazioni vuote come leva di rigenerazione urbana e sociale.
Le carenze operative e il rischio di tensioni sociali
Le perplessità espresse sul piano operativo riguardano diversi aspetti gestionali. In primo luogo emerge l’assenza di una pianificazione a lungo termine per l’accoglienza dignitosa dei lavoratori stagionali durante le campagne di raccolta, condizione che espone il territorio a potenziali criticità organizzative e di ordine pubblico.
A questo si aggiunge un censimento ritenuto parziale rispetto alle presenze effettive nella tendopoli, con il rischio di lasciare privi di tutela i soggetti in condizioni di spiccata vulnerabilità sociosanitaria. Infine, la carenza di informazioni chiare rivolte ai residenti della zona rischia di favorire incomprensioni e di incrementare la tensione sociale nelle comunità locali.
La proposta del pronto soccorso abitativo
Di fronte a questo scenario, il Patto territoriale chiede alle autorità competenti un chiarimento formale e la revisione delle misure previste, affinché siano garantiti i diritti umani e una gestione efficiente delle risorse pubbliche. “Il superamento del sistema ghetto è da sempre la principale rivendicazione delle realtà che costituiscono il Patto: proprio per questo la fase avviata non convince”, ribadiscono gli esponenti della rete.
Per rispondere nell’immediato alla carenza di posti letto provocata dallo sgombero, viene avanzata una proposta concreta: l’istituzione di un pronto soccorso abitativo finanziato tramite le risorse del decreto Caivano bis. Questo strumento consentirebbe di prendere in locazione le abitazioni private attualmente sfitte sul territorio per poi assegnarle ai braccianti a un canone sociale, favorendo un’integrazione stabile ed evitando il perpetuarsi di soluzioni emergenziali.



