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Calabria: un intervento su due per tumore al seno eseguito fuori regione

Mentre ad agosto milioni di italiani percorrono la penisola verso Sud per le vacanze estive, per una parte del Paese quello stesso tragitto si compie nella direzione opposta, tutto l’anno, e ha a che fare con diagnosi di tumore e terapie mirate.

In Calabria quasi un intervento su due per tumore al seno viene eseguito fuori dalla regione di residenza. I dati più recenti sui numeri del cancro in Italia danno una misura del fenomeno, con 66.351 interventi per carcinoma mammario, di cui 5.223 fuori regione. La media nazionale si ferma all’8%, ma passa dal 5% del Nord al 15% del Sud, con la Calabria che sfiora il 50% degli interventi effettuati altrove.

Secondo un recente report, la mobilità sanitaria interregionale ha toccato i 5,15 miliardi di euro, il livello più alto mai registrato. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto concentrano da sole il 95,1% del saldo attivo, mentre Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna assorbono il 78,2% del saldo passivo.

E chi parte dal Sud, spesso non si ferma alle regioni confinanti: le pazienti calabresi, ad esempio, hanno scelto soprattutto Lombardia (14,6%) e Lazio (11,6%), risalendo l’intera penisola.

A dare una chiave di lettura su come il divario territoriale si formi già durante la fase di diagnosi e proporre una soluzione è RoseBio, spin-off del Consiglio Nazionale delle Ricerche nato a Brescia nel 2024 e specializzato in diagnostica molecolare di precisione.

“I numeri della Calabria raccontano solo la parte visibile del problema, la chirurgia. Ma il divario comincia prima, nella diagnosi molecolare: è lì che il paziente perde le settimane che contano, perché tra la diagnosi e l’inizio del trattamento non dovrebbero passare più di tre mesi, e quando il campione deve viaggiare verso un grande centro già saturo quella finestra si chiude prima che lui ci entri” spiega Marcella Chiari, CEO e co-founder di RoseBio.

Il divario si forma già in fase diagnostica 

Secondo RoseBio, dunque, il divario si forma molto prima della sala operatoria, ovvero nella fase in cui il tumore viene caratterizzato. Il primo gradino è lo screening, dove la distanza è già netta: sempre secondo i dati dei numeri del cancro in Italia, la copertura dello screening mammografico oggi si attesta al 62% al Nord e al 34% al Sud, quella dello screening colorettale al 46% contro il 18%. 

Ma trovare un tumore è solo l’inizio: per curarlo con un farmaco mirato bisogna prima leggerne il profilo molecolare, e su questo secondo gradino la geografia si ripete. Per accedere a un farmaco a bersaglio molecolare, infatti, serve la profilazione genomica del tumore, e il caso va poi discusso in un Molecular Tumor Board, l’organo multidisciplinare che valuta e interpreta l’esito di test molecolari complessi. 

Questi organismi hanno sede quasi esclusivamente presso IRCCS e policlinici universitari, e la loro distribuzione non è uniforme, con ritardi più marcati nell’integrazione ospedale-territorio proprio nelle regioni meridionali.

RoseBio punta a portare la diagnostica molecolare negli ospedali di provincia

Su questo perimetro lavora la piattaforma ZipArray di RoseBio, oggi in fase di validazione, che analizza da 30 a 500 varianti genetiche tumorali in un unico test, con risultati in meno di 4 ore e un costo inferiore ai 100 euro, utilizzando strumentazione già presente nei laboratori clinici. Non richiede analisi bioinformatiche complesse come avviene per il sequenziamento di nuova generazione, e questo la rende eseguibile anche in strutture di piccola e media dimensione.

L’obiettivo di RoseBio è rendere questi test eseguibili anche negli ospedali di provincia, così che il paziente non debba spostarsi, almeno nella fase di diagnosi molecolare.

“Se la fase diagnostica si svolge vicino a casa, il paziente arriva al centro specialistico con il profilo molecolare già pronto, e il Molecular Tumor Board può discutere il caso senza ripartire da zero”, concludono Natasa Zarovni e Silvia Galbiati, co-founder di Rosebio e biologhe molecolari.