Un’articolata organizzazione a carattere familiare, dedita al controllo e al costante sfruttamento della prostituzione, è stata disarticolata dai carabinieri del Comando provinciale di Crotone. L’inchiesta, denominata “Medusa”, ha portato all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di otto persone, di cui sette straniere e una italiana.
Per quattro degli indagati il giudice per le indagini preliminari ha stabilito la permanenza in carcere, per due gli arresti domiciliari, mentre altre due persone risultano denunciate a piede libero. Le accuse contestate comprendono l’associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione, la violenza sessuale aggravata e le minacce gravi.
Le indagini e il sequestro della struttura ricettiva
I riscontri investigativi, avviati dall’autunno scorso dalla Tenenza di Isola di Capo Rizzuto, si sono sviluppati attraverso servizi di osservazione, pedinamenti e intercettazioni telefoniche ed ambientali. Il nucleo operativo del gruppo risultava di base a Isola di Capo Rizzuto, con la consumazione abituale dei rapporti a Crotone. Gli accertamenti hanno consentito di porre sotto sequestro preventivo un hotel del capoluogo, i cui gestori sono stati posti agli arresti domiciliari. La ricostruzione della Procura della Repubblica, guidata da Domenico Guarascio, evidenzia come la direzione dell’albergo tollerasse ed eludesse le registrazioni di legge per gli ospiti, garantendo continuità agli incontri a pagamento in cambio di un ritorno economico.
Modalità operative e la cassa comune
Gli incontri si svolgevano prevalentemente in strada o in abitazioni private, estendendosi anche in pieno giorno in aree cittadine ad alta frequentazione come il mercato di piazzale Nettuno, i parcheggi dell’ospedale e dello stadio e nelle vicinanze di parchi gioco. L’accompagnamento e il piantonamento delle donne erano affidati agli uomini della rete, i quali impiegavano di frequente i figli in tenera età a bordo dei veicoli per eludere i controlli delle forze dell’ordine e dissimulare gli spostamenti.
L’incasso complessivo veniva interamente destinato a una cassa comune per l’assistenza dei diversi nuclei familiari coinvolti, che mantenevano un tenore di vita non giustificato dai redditi dichiarati, pari a zero. L’analisi condotta con il supporto della Guardia di finanza ha rilevato introiti con picchi prossimi ai 90.000 euro per singolo presunto responsabile, in gran parte trasferiti all’estero tramite sistemi di rimessa informali.
Il bacino d’utenza e la contestazione di violenza
L’attività attirava una vasta clientela distribuita tra la provincia di Crotone e i territori limitrofi di Catanzaro e Cosenza, prefigurando piani per un’ulteriore espansione del modello organizzativo. Parallelamente al quadro dello sfruttamento, la misura cautelare ha contestato al presunto vertice della rete il reato di violenza sessuale aggravata ai danni di una familiare minorenne all’epoca dei fatti, costretta a subire abusi reiterati con tentativi di avviamento alla prostituzione. Le responsabilità penali dei soggetti coinvolti restano soggette a verifica nella successiva fase processuale, valevole il principio di presunzione di innocenza.



