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Sicurezza nelle carceri, il Sappe scrive al ministro Nordio: “Servono strutture specializzate per i detenuti violenti”

Una riorganizzazione radicale della mappa detentiva per superare la gestione delle criticità quotidiane negli istituti di pena italiani. Questa la posizione espressa dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, che sollecita la leadership di Via Arenula ad adottare soluzioni strutturali e definitive di fronte all’aumento di condotte aggressive e turbative all’interno delle sezioni.

I limiti dei trasferimenti ordinari e le norme da applicare

La richiesta sindacale punta al superamento dell’attuale pratica di mobilità dei soggetti problematici tra i diversi istituti del territorio nazionale, ritenuta una risposta inefficace a fronte del sovraffollamento e della scarsità di spazi idonei ad accoglierli.

“Il carcere non può essere governato dalla legge del più forte. Davanti a detenuti che aggrediscono ripetutamente gli agenti, devastano le sezioni, minacciano e sopraffanno altri reclusi, non possiamo continuare semplicemente a spostare il problema da un istituto all’altro”, afferma il segretario generale Donato Capece. Il rappresentante dell’organizzazione aggiunge: “Non chiediamo leggi speciali, né una sospensione delle garanzie costituzionali. Chiediamo semplicemente che lo Stato utilizzi fino in fondo gli strumenti che già possiede. L’articolo 14-bis dell’Ordinamento penitenziario consente il regime di sorveglianza particolare per chi compromette la sicurezza, turba l’ordine, usa violenza o minaccia. E l’articolo 32 del D.P.R. 230/2000 prevede la possibilità di assegnare ad appositi istituti o sezioni quei detenuti il cui comportamento richieda particolari cautele”.

L’assenza di contesti dedicati rischia tuttavia di rendere inoperative tali previsioni: “In un sistema sovraffollato, trasferire un detenuto violento da un carcere ordinario a un altro carcere ordinario significa spesso soltanto spostare l’incendio da una stanza all’altra”.

Le condizioni operative del personale e la gestione delle emergenze

La mancanza di presidi differenziati incide sul lavoro svolto quotidianamente dal personale di vigilanza, chiamato ad arginare episodi critici in assenza di strumenti di contenimento a distanza e in un clima di incertezza operativa.

“Oggi il poliziotto penitenziario affronta spesso aggressioni a mani nude. Non dispone ordinariamente di strumenti individuali non letali che consentano di interrompere a distanza un’aggressione”, rileva Donato Capece. Il segretario precisa inoltre: “E c’è un altro elemento che non possiamo ignorare: il crescente timore degli operatori per le conseguenze giudiziarie delle loro azioni. Ogni abuso deve essere perseguito, questo è fuori discussione. Ma non possiamo pretendere che un poliziotto, mentre viene aggredito o cerca di salvare un collega o un altro detenuto, debba contemporaneamente interrogarsi se l’intervento necessario e proporzionato per fermare la violenza potrà trasformarsi domani in un procedimento penale”.

Circuiti ad alta specializzazione e la valutazione dei poli insulari

L’analisi del sindacato pone l’accento sulla presenza di quadri clinici complessi all’interno delle strutture, citando le rilevazioni ufficiali del 31 dicembre 2025 che attestano 20.767 presenze di persone affette da tossicodipendenza su una popolazione totale di 63.499 unità.

Di fronte a quadri comportamentali caratterizzati da violenza reiterata, la proposta sindacale suggerisce la creazione di poli nazionali dedicati, dotati di dotazioni tecnologiche avanzate, elevati standard di controllo e supporto sanitario continuo. Tra le ipotesi di lavoro viene inclusa la valutazione tecnica dei siti di Pianosa e Asinara per la progettazione di moduli detentivi di nuova concezione.

“Pianosa e Asinara non devono necessariamente tornare a essere i supercarceri degli anni Ottanta e Novanta. Ma quelle realtà possono rappresentare un punto di partenza per studiare strutture moderne, nazionali e specializzate”, ribadisce Capece, precisando che: “Separare chi manifesta sistematicamente comportamenti violenti non significa tutelare soltanto la Polizia Penitenziaria. Significa proteggere anche gli altri detenuti, gli operatori sanitari, gli educatori e tutto il personale”.

L’organizzazione chiede quindi l’apertura immediata di un tavolo di confronto istituzionale con il Ministero della Giustizia per programmare interventi concreti: “Continuare a trasferire i detenuti violenti da un carcere all’altro non è una politica penitenziaria: è soltanto un ‘Giro d’Italia’ del disagio e della violenza”.