Nei paesi di montagna della Calabria, per generazioni, il castagno è stato venerato come l’albero del pane. Sui rilievi della Sila, delle Serre e dell’Aspromonte, i suoi frutti garantivano la sopravvivenza a intere comunità rurali che avevano poco altro su cui contare. Oggi quello stesso frutto popolare ha cambiato radicalmente pelle e status economico. Camminando tra i banchi dei mercati o tra le corsie dei supermercati, le castagne si comprano spesso già cotte e pronte al consumo a cifre che raggiungono circa i 10 euro al chilo. Un aumento vertiginoso che si inserisce nel contesto generale dei rincari, trasformando un alimento un tempo essenziale in un bene quasi da boutique.
Questa trasformazione trova un riscontro evidente nei rilevamenti di mercato a livello nazionale, che mostrano oltre 8.100 tonnellate vendute per un volume d’affari superiore ai 64,5 milioni di euro. Ricche di fibre, potassio e amido resistente, oltre a essere naturalmente prive di glutine, le castagne si sono guadagnate un posto tra i cibi considerati salutari. L’etichetta di superfood ha una valenza più commerciale che scientifica, ma il mercato la sta premiando ampiamente. Con la farina di castagne si produce ancora il pane tradizionale e, in diverse parti del mondo, le sue declinazioni gastronomiche sono diventate ricercate ed elevate nel prezzo.
Nell’analisi dei consumi emerge chiaramente la spaccatura tra il prodotto fresco e quello trasformato. Le castagne fresche rappresentano ancora la quota maggioritaria delle vendite, generate a un prezzo medio di circa 6,9 euro al chilo. La crescita più marcata interessa tuttavia il segmento del secco e del precotto, che viaggia a circa 21 euro al chilo. La forbice tra le due fasce di prezzo si spiega con la componente di servizio: il fresco include scarto e buccia, mentre il precotto offre la comodità del consumo immediato. Chi desidera risparmiare acquista il frutto grezzo da cuocere nel forno di casa, mentre chi cerca uno snack o un contorno rapido paga per il tempo risparmiato. A questa evoluzione si adeguano i produttori e le grandi catene della distribuzione, ampliando l’offerta di marroni cotti pronti per allungare una stagione di acquisti tradizionalmente concentrata tra ottobre e novembre.
Sul fronte della qualità, la distinzione tra castagna e marrone resta fondamentale. Il marrone rappresenta la selezione più pregiata e può costare da due a tre volte tanto. Per orientarsi al momento dell’acquisto diventano decisivi i marchi di tutela Dop e Igp, affiancati dai marchi collettivi territoriali promossi dai consorzi e dalle filiere regionali. Anche il fattore origine gioca un ruolo cruciale, considerando che sul mercato italiano continuano ad arrivare migliaia di tonnellate di importazione da Paesi come Turchia, Portogallo e Grecia. La verifica della provenienza sull’etichetta diventa quindi il primo passo per valorizzare i prodotti locali ed evitare sorprese.
La produzione complessiva incontra inoltre le incognite dell’andamento climatico e stagionale. Dopo le annate più generose, le stime del Centro di studio e documentazione sul castagno indicano un ridimensionamento dei volumi raccolti verso valori medi sostenibili. Le prime operazioni di raccolta partono a metà settembre, ma siccità e fitopatie continuano a condizionare la resa dei castagneti in diverse zone del Sud. A questo si aggiunge l’impatto delle temperature autunnali sui consumi, con l’attenzione degli acquirenti che si accende di pari passo con il calo dei gradi.
Sullo sfondo rimangono i problemi strutturali della filiera. Nonostante la riscoperta commerciale, molti castagneti storici della Calabria soffrono ancora le conseguenze dell’abbandono subito negli scorsi decenni a causa dei scarsi ritorni economici. Inoltre, se l’interesse resta vivo nella fascia d’età adulta tra i 35 e i 54 anni, la risposta dei più giovani appare più tiepida. La sfida principale per i produttori locali e per la strutturazione dei marchi di tutela consiste nel trasformare la ritrovata attrattiva del prodotto in una vera sostenibilità economica per i territori interni, rendendo la cura del bosco sufficientemente redditizia da evitare lo spopolamento delle montagne.



