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Processo ex Legnochimica, un testimone: «costretti a svendere i terreni per l’aria pessima»

Si è celebrato stamane, dinanzi al Tribunale di Cosenza il processo sulla ex Legnochimica di Rende. Pasquale Bilotta, ex liquidatore dell’azienda Legnochimica, rappresentato dall’avvocato Pietro Perugini, risponde dei reati di disastro ambientale e omessa bonifica.

Concitato il racconto del teste, udito nella giornata odierna, che ha reso testimonianza alla presenza del suo legale, Avv Salvatore Tropea: “In un incendio scoppiato nel 2017 abbiamo subìto danni alla struttura. Le cupole (sotto le quali sostano le auto in vendita) sono state bruciate e i climatizzatori resi inutilizzabili dalla fuliggine. Un danno complessivo pari a circa 15mila euro». Non solo, la «cattiva qualità dell’aria» secondo l’imprenditore avrebbe provocato anche un tracollo nel fatturato in quanto «siamo stati costretti a chiudere alcuni giorni l’azienda e in una occasione è stata disposta la sospensione delle attività a seguito di un’ordinanza emessa dal sindaco Marcello Manna». Palesi i danni patiti dall’azienda.

Il teste, sul punto, precisa che «abbiamo in tutto 35 operai, molti si sono rifiutati di continuare l’attività lavorativa e alcuni hanno accusato difficoltà respiratorie». Inoltre «sono saltate alcune consegne e la casa madre ha più volte sollecitato i nostri uffici per capire quali fossero i motivi legati alle mancate immatricolazioni». Oggi – racconta l’imprenditore – «abbiamo ripianato alcune perdite ma la qualità dell’aria resta pessima». E anche gli incendi si verificano costantemente, «almeno un paio all’anno e nel 2015 un rogo ha resistito oltre 40 giorni agli interventi costanti dei vigili del fuoco».

L’ultimo testimone sottoposto ad esame è Pietro Ferro (parte civile nel processo) – rappresentato dall’avvocato Pasquale Filippelli – figlio di Mena Iorio, titolare di un terreno adiacente alla Legnochimica. Questi ha specificato che i terreni erano stati concessi a titolo gratuito ad un parente che aveva realizzato un’azienda agricola poi chiusa «perché sono stati posti sotto sequestro i pozzi che venivano utilizzati per abbeverare il bestiame».

Secondo quanto raccontato dal Ferro, i terreni sarebbero stati deprezzati e ceduti a pochissimo dopo la chiusura dell’azienda agricola. «Nessuno voleva comprarli, valevano – secondo una stima effettuata – circa 60 euro al metro quadro, poi siamo stati costretti ad accettare un’offerta da 23 euro al metro».

Il processo si aggiornerà a febbraio 2022, con escussione dei testimoni del Pm e del consulente della difesa.