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Calcio e razzismo in Prima categoria

Una partita di calcio di Prima categoria tra Roccabernarda e Komunicando si è trasformata in uno spettacolo che poco ha a che fare con lo sport.

Il diciannovenne calciatore della Komunicando Jarju Musa dal primo minuto di gioco è stato coperto di insulti dagli avversari. Espressioni del tipo: “puzzi”, “negro”, “Salvini ti manderà a casa”,“sono di piombo, non si fanno niente loro” hanno scandito i tempi del match.

Ma a pochi minuti dal fischio finale una testata di reazione per un banalissimo contrasto di gioco, porta i ragazzi della Komunicando ad abbandonare in anticipo il terreno di gioco insieme a Musa, in fronte il taglio evidente della testata e tante lacrime da asciugare.

A 19 anni si è ancora ragazzi, nonostante la prestanza fisica, atteggiamenti e parole feriscono ancor di più chi ha una storia triste alle spalle fatta di emigrazione, di Mar Mediterraneo, di viaggi della speranza e un quotidiano in divenire e da costruire. Dall’altra squadra non sono giunte scuse verso Musa, così come l’arbitro che ha solo ammonito, quando il gesto era da cartellino rosso. Dalle parole dell’allenatore Tarditi si evince tutta la delusione e l’amarezza per un gesto di così inaudita violenza segno di razzismo e di un odio dilagante anche nel calcio.

Sempre più spesso, infatti, l’odio razziale prevale su tutto, si insinua in ogni tessuto di cui è composta la società e il calcio non è esente da tutto ciò; anzi assistiamo di frequente, anche nella massima serie a cori razzisti, insulti verso questo o quel calciatore di colore e atti d’intolleranza che poco hanno a che fare con il fair play. Già, perché ora l’odio si è spostato, ha trovato un nuovo bersaglio sul quale vomitare tutta la sua cattiveria. Tutto ciò nell’impotenza (simulata) di società, federazione ed arbitraggio.

Quando ciò accade in campionati di serie inferiori come può essere quello di prima categoria, in cui lo sport dovrebbe adempiere ad una funzione essenziale quale l’inclusione sociale e il divertimento, lasciando un po’ in disparte l’agonismo, ci dovremmo interrogare su che deriva stia prendendo non solo il mondo del pallone, ma la società largamente intesa e sulle ragioni dell’odio così insensato e meschino.

Lo sport, quindi, può essere considerato come una metafora del quotidiano. Atteggiamenti di chiusura si evidenziano ad ogni passo del nostro vivere. Va sottolineato anche che il dualismo noi-loro è da sempre alla base della propaganda identitaria e discriminatoria di una certa parte politica; mentre compito dei media, o comunque di una parte, è di diffondere più capillarmente il messaggio, trovando negli individui isolati, automizzati e disgregati terreno fertile sul quale fare attecchire la rinata “ideologia razziale”. Mancano solo i cartelli in cui si vieta a chi viene additato a torto come diverso di entrare nei negozi, di andare a scuola, di fare sport e il ritorno al passato è servito. Un ritorno al passato ancora più feroce e barbaro.

Mentre c’è una minoranza, che è la parte migliore della società che fattivamente crea percorsi d’inclusione e realizza piccoli sogni espressi incespicando in una lingua straniera; di quella minoranza umana fanno parte i ragazzi della Komunicando che hanno deciso di schierarsi dalla parte di Jarju Musa non lasciandolo solo e denunciando l’accaduto. Hanno dimostrato che essere squadra non vuol dire vincere la partita, ma affrontare tutto insieme e dare un segnale forte di aggregazione che va oltre qualsiasi atteggiamento persecutorio e razzista.

Chantal Castiglione