Basilicata e Calabria, il Sud che “chiude i porti” a Salvini

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È un treno in corsa il premier della Lega. Matteo Salvini non si ferma. La caduta del governo, gli strali di Conte, la rabbia dei cinque stelle, le perplessità del Colle, nulla sembra scalfire il suo delirio di onnipotenza mentre percorre le spiagge del bel paese assetato di selfie. Il primo e unico “no” possibile, però, è arrivato forte e chiaro dai territori. Basilicata e Calabria non hanno accolto chi insegna a non accogliere.

Il tour di ricognizione sulle spiagge del Sud annunciato dal leader leghista, ha ormai acquisito i toni tipici della campagna elettorale. Ricorda l’ardore del primo Berlusconi, Matteo Salvini, quello del predellino e dei bagni di folla sulle macerie di un paese in caduta verticale.

Era il 2009, Umberto Bossi intonava il “Va pensiero” e invocava la secessione delle regioni del padano e verdissimo Nord dalla zavorra di un Mezzogiorno ubriaco di assistenzialismo e azzoppato dai tentacoli della criminalità organizzata.

Trascorso quasi un trentennio il panorama politico è cambiato, ma non radicalmente. Il Cavaliere, seppur provato dalle primavere della sua tardiva adolescenza, tiene ancora stretto lo scettro di Forza Italia e lavora sottotraccia. E dopo mesi di silenzio perfino il sempre più schivo Beppe Grillo ha suonato la carica facendo appello ai suoi. Poche parole, messaggio più che eloquente. “Fermare i barbari”. Arginare Salvini con ogni mezzo possibile. Nel frattempo un Pd percorso da guerre fratricide continua a mancare l’obiettivo. Non convince gli elettori e neanche se stesso, dilaniato da narcisismi e diaspore interne. Impossibile, anche per i più ottimisti, pensare che si possano raccogliere entro l’autunno i cocci della sinistra affidandosi solo al misurato carisma di Zingaretti.

In un panorama politico appena accennato, una figura dilagante come quella di Salvini non può trovare che ampi margini di manovra. Ma pur avendo strappato ai grillini gli elettori “di pancia”, schizzando in un anno dal 17 al 30 per cento nei sondaggi e alla luce del consenso alle europee, il leader del Carroccio non può prescindere dai territori. E ieri, chiari ed espliciti, sono arrivati i primi segni di insofferenza.

A Policoro, Le Castella e Soverato non c’era solo il popolo del selfie. Al suo arrivo in pompa magna nella località balneare lucana, campeggiavano striscioni dal contenuto esplicito e riferimenti all’affaire Moscopoli: “Salvini beach party – ingresso: 5 rubli”, “Salvini parla, l’iva aumenta”, “Il Sud non dimentica”. Già, perché per fare una buona opposizione bisognerebbe iniziare da qualche esercizio di memoria. E se oggi la caccia ai consensi corre sul web, è anche vero che la rete non dimentica. Non dimentica che l’8 agosto del 2013, l’allora giovane virgulto in cravatta verde, twittava spensierato “Le mie vacanze? In Valcamonica e Valchiavenna e al massimo una scappatina in Svizzera. Prima il Nord, sempre!”. Sei anni dopo il camaleontico leader sguazza nel mare cristallino del profondo Sud insieme ai suoi fan, tra selfie lascivi e schizzi giocosi. È riuscito a cambiare pelle senza cambiare casacca. In poco più di un lustro ha piegato l’intera, granitica, ideologia del partito alle sue necessità di uomo solo alla conquista del selvaggio Sud.

Ma anche in terra calabrese, Salvini ha dovuto fare i conti con il dissenso. E se a Le Castella si è potuto concedere “dieci minuti di relax in acqua senza telecamere e giornalisti”, a Soverato i contestatori non ci sono andati tanto per il sottile. Al suo arrivo in spiaggia il ministro senza ministero è stato accolto da striscioni e cori di dissenso. Momenti puntellati da attimi di tensione tra sostenitori e manifestanti a bordo palco, che hanno richiesto l’intervento della polizia in tenuta anti sommossa. Durante l’accesa performance il mattatore padano ha dovuto interrompere il discorso a causa di un black out sul palco. «Il cretino che ha danneggiato l’impianto audio – ha dichiarato serafico Salvini rassicurando la folla – è stato bloccato e identificato dalle forze dell’ordine».

Inutile dire che per minare l’autostima del leader leghista ci vuole ben altro. Il comizio alla baia dell’Ippocampo è proseguito all’insegna del collaudato mix tra voli pindarici e attacchi sotto la cintura. Come sempre, Salvini ha aizzato la folla con slogan cuciti con cura e inquietanti richiami al ventennio dall’aspro sapore nazionalista. Già, perché l’ultimo a chiedere “pieni poteri” agli italiani fu proprio Benito Mussolini. E anche se il paragone è improbabile, la storia ci ricorda che tragicamente Mussolini quel pieno potere lo ottenne. E tutti sappiamo come andò a finire. Tutti sappiamo che se un uomo solo al comando sbaglia mossa, è sulla pelle dei cittadini che rimangono le cicatrici.

E se nella prima parte del comizio, caratterizzato dai toni da bar dello sport a cui siamo ormai abituati, il leader della Lega si è scagliato contro Renzi e i cinque stelle, nella seconda parte ha rispolverato due vecchi ma sempre attuali spauracchi: «Dopo aver bloccato gli sbarchi – ha dichiarato Salvini – aspetto di chiudere un po’ di campi rom e centri sociali». La conclusione è un inno alla xenofobia prêt-à-porter. «Contributo alla specie umana zero da campi rom e centri sociali» ha tuonato il leader con piglio da sociologo.

Insomma, il beach tour di Matteo Salvini sta incassando meno consensi del previsto, ma offre un concentrato letale di squallore, disinformazione e rimozione del passato.
E forse la chiave per arginare il fenomeno potrebbe arrivare proprio dal passato. Perché l’unico modo di non commettere un errore è sapere di averlo già fatto. La chiave della resistenza ai “disvalori” leghisti va cercata nei libri di storia. Occorre scavare, fare un esercizio di memoria, perché oggi, sulla pelle dei cittadini, non c’è più spazio per altre cicatrici.

Loredana Colloca

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