Campagna elettorale sui generis. L’informazione diventa “social”

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Già si è saputo poco sui criteri che hanno ispirato la formazione delle liste e molto di meno sapremo su come sono stati ottenuti i voti che usciranno dalle urne. La campagna elettorale tradizionale fatta di comizi in piazza, manifesti murali, fac-simile nelle cassette delle lettere, volantini sotto i tergicristalli delle auto e, soprattutto, interviste e confronti sulle reti televisive non esiste più, se non in forme residuali.

C’è una ubriacatura collettiva per i social, la comunicazione via internet, facebook, whatsapp che beneficiano di una sopravvalutazione circa il reale potere di contatto.A meno che non si abbia alle spalle una macchina (la bestia) come quella che Luca Morisi garantisce a Matteo Salvini. Una squadra di 35 persone che costruisce intorno alla figura politica di Salvini una serie di performances che vanno dalla Nutella e dai tortellini al ragù agli interventi politici veri e propri. Anche  i 5Stelle possono fare affidamento sulla “ macchina” della “Casaleggio Associati” ma se ne sa di meno perché lavora prevalentemente sotto traccia. Gli altri partiti si sono più o meno organizzati, soprattutto la Meloni con Fratelli d’Italia che ha raddoppiato i consensi superando quota dieci per cento.

Ma siamo ai livelli nazionali e l’operatività sui social e sui profili facebook viene integrata con le “ospitate” nei talk show di maggiore ascolto. Studi approfonditi confermano che, nonostante i social, oltre il 75 per cento dei cittadini che seguono la politica l’opinione se la formano attraverso lo strumento televisivo. E c’è una spiegazione logica, se si procede per fasce d’età, dimestichezza con la comunicazione telematica, capacità di selezionare i siti cui attingere informazione.

Bisogna infatti considerare la differenza che corre fra l’informazione che arriva da una fonte ben identificata sia che si tratti di carta stampata, radio o televisione e l’informazione che bisogna cercare mettendosi a “navigare” su internet. Prescindiamo per il momento dalle fake news, le notizie false che infestano internet, e limitiamoci ad analizzare come ci si predispone ad essere informati.

Per la fascia d’età che va dai 20 ai 50 anni lo smartphone è diventato uno strumento di “connessione globale” di cui, relativamente e con vari gradi di utilizzo, non si può fare a meno e ciò rappresenta la mutazione tecnologica della comunicazione e dell’informazione. Ma quanto più si sale come età anagrafica parallelamente  diminuisce l’utilizzo dello smartphone o del computer per informarsi. Se si considera demograficamente la fascia degli anziani che compongono la comunità nazionale, ci si rende conto come mitizzare i social sia una forzatura rispetto alla reale portata comunicativa. Anziani e casalinghe guardano la TV.

Resta comunque la differenza fra le notizie che arrivano  e le notizie che bisogna cercare. Imperversa l’utilizzo dei profili facebook ma per conoscere cosa vi è stato postato bisogna “andarci” o, meglio, avere stimolo ad andarci. Diversa è la comunicazione che “arriva” sul telefonino via broadcast dove chi manda il messaggio o la notizia deve disporre del numero di telefono del destinatario e, specularmente, il destinatario deve avere il numero di chi invia per cui a monte ci deve essere una acquisizione di destinatari,  dove è la vastità della platea che influenza l’ampiezza del contatto. Quante più persone si riesce a raggiungere, tanto più si ha la possibilità di influenzarne le decisioni. Si pensi agli algoritmi del Russiagate che è problema più complesso ma comunque figlio della comunicazione via internet e incardinato al numero di contatti possibili, premessa per manipolare il consenso.

Vi è dunque una comunicazione che il soggetto attiva  autonomamente ed una comunicazione che il soggetto subisce passivamente. Il “candidato” comunica, invia messaggi, appelli al voto ma  il confronto fra avversari non c’è, non c’è scontro visibile fra gli schieramenti in campo perché la comunicazione è a senso unico e, aspetto certamente non secondario, il messaggio è alla singola persona. Si può ottenere un “like” ma non è detto che si traduca in consenso politico nell’urna.

A questo si aggiunga che la campagna elettorale in corso è prevalentemente al “chiuso” e si tiene lontana dalle piazze. Basta avere la possibilità di riempire un cinema, un teatro,un auditorium, una sala con truppe di appartenenza e, a parte gli addetti ai lavori, il pubblico vero,  quello cioè che non è schierato e vuole informarsi, solitamente non risponde. Ci si faccia caso, per lo più è tappezzeria.  La piazza è uno spazio aperto e libero accessibile a chiunque. Il teatro, la sala è uno spazio costruito, identitario, differente dalla piazza.

I candidati conoscono bene la differenza fra una presenza in piazza e una presenza in luogo chiuso e questo spiega perché la piazza la evitano. Se le “sardine” avessero riempito cinema o teatri anzichè le piazze, non ci sarebbe stato l’exploit e non avrebbero avuto la rilevanza che si sono guadagnata.

Si consideri l’abuso che si fa delle conferenze – stampa, snaturate nel loro significato, poiché si tratta della presentazione del candidato con tutti i supporters in sala e la tifoseria al seguito. Raramente, quasi mai in Calabria, ci sono le domande dei giornalisti che potrebbero anche rivelarsi scomode o imbarazzanti. Per non dire del vezzo dei cronisti televisivi che, anziché fare le domande in conferenza, aspettano la conclusione della conferenza per porre le loro domande. Non ci mettono  la faccia e si sottraggono al confronto con gli altri cronisti. Una messinscena dunque che, di fatto, by-passa il confronto con l’informazione  vera, trasparente e plurale. Poi ci sono le conferenze-stampa con giornalisti disponibili e domande addomesticate o concordate  dove nessuno si fa male.

Per concludere, mancando le piazze, i comizi, le interviste televisive, i faccia a faccia, gli scontri di programma e di posizione, non sapremo mai, se non per supposizioni, come candidati ed eletti abbiano ottenuto i voti. Speriamo di non doverlo scoprire a distanza di tempo per via giudiziaria, come in troppi casi è già avvenuto.

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