Mar 7 Dic 2021
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Bocchigliero (CS): solitudine e speranza

di Antonio Vulcano                                        La solitudine

È il sogno dei tanti stressati dai lavori nelle aziende del Nord, Bocchigliero. È la meta che bisogna aggiungere, tra le scelte dettate da esigenze diverse della famiglia, e a cui, la generazione dei quarantottenni non sa rinunciare. Agosto è il mese dei ritorni, dei rientri, del ritrovarsi tra gli amici, delle feste patronali, dei sapori dimenticati, delle serate senza tempo a raccontare aneddoti dei tempi passati.

Ora, con un post sui social, quell’appuntamento agostano, diventa il mese per festeggiare-speriamo- la fine di un incubo a cui nessuno era preparato. Le strade deserte, la mancanza delle voci usuali dei vicoli, la luce spettrale che illumina una piazza deserta, ci danno la sensazione di vivere in un paese vuoto. La solitudine è qualcosa d’individuale; la si cerca per ritrovare sé stessi, per pianificare un nuovo percorso di vita, per rappacificarsi con il mondo intero, e allora, è benefica perché produce una rigenerazione dell’anima ma quando è collettiva, la si percepisce come un’imposizione a cui è difficile abituarsi. Allora ben vengano i flashmob, le tammurriate, l’inno di Mameli cantato dai balconi dei tanti condomini delle città. È un modo per farsi coraggio, per aiutarsi, per dire: guarda che da solo ho qualche difficoltà ma insieme ce la faremo… è il sentimento della solidarietà, dell’unione, della bontà che sta unendo tutti. Pensavamo che queste parole fossero un ricordo lontano, dell’età del catechismo, di quando avevano valore. Invece, è dovuta venire una pandemia provocata da questo virus per farcele riscoprire.

Il Covid-19 non conosce censo, aree geografiche, unisce Nord e Sud; è come ‘A livella di Totò “… ‘o ssaje ched’’è? è una livella”.

Eppure, il virus ancóra non è arrivato, anche con una A3 rifatta a nuovo; ci sono casi sporadici in Calabria ma a Bocchigliero, nel cuore della Sila, ha difficoltà ad annidarsi. Sarà per le strade che sono sempre le stesse sia che ci arrivi dalla marina sia che ci arrivi dalla Sila, tortuose, antiche come il tracciato ma nel contempo moderne perché solcate dalla traccia dello scavo della fibra ottica.

Sarà per l’aria, buona per i” cristiani” ma malefica per i virus; sarà per la sua natura malvagia che ti toglie la possibilità di respirare.

Ancora tarda!

Non è che ne auspichiamo l’arrivo, ci mancherebbe! Ma gli annunci e le notizie che ci arrivano dal Nord non ci mettono certamente in una condizione di quiete.

La paura la esorcizziamo inventandoci parole:” andrà tutto bene”; la gridiamo, a mo’ di saluto, quando ci incontriamo; la scriviamo nei post dei social, la coloriamo con le mani dei bambini.

L’ansia, che ci assale, per figli, parenti, nipoti che risiedono nelle zone rosse del nord, l’affidiamo al “Signore” che nelle calamità di questo genere è l’ultimo ad essere interpellato.

L’angoscia, poi, ci rimane dentro nonostante la parvenza di serenità che vogliamo ostentare. Si nutre di pensieri che abbiamo cercato di eliminare ma che riaffiorano, immancabilmente nelle situazioni di necessità o di pericolo o di malattie: la lontananza dai centri ospedalieri, la mancanza di comunicazione, l’esiguo numero di posti di terapia intensiva, la sfiducia in una sanità più volte commissariata. Allora, che ritardi pur! E se decide di non venire, allora sì, che ad agosto, il giorno di san Rocco, festeggeremo la fine di questo lungo silenzio.

Antonio Vulcano