Gio 29 Lug 2021
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Occhio ai 55 miliardi non ai metri di distanza!

La chiamano la “fase 2” e dovremo viverla senza le mascherine e i tamponi che avevano garantito nella “fase 1”. Ora il problema sembra essere la distanza in metri da osservare, a seconda se siamo per strada, al ristorante, in palestra o nel parco.  Abbiamo un virus a metraggio, colpisce a distanze variabili. E che sia così, in fondo grandi difficoltà non ce ne sono. Il “distanziamento sociale”, come lo chiamano con raffinata cultura ottocentesca i burocrati  ministeriali, modifica le abitudini ma è scarsamente influente sul rilancio economico che dipende, invece, da come verranno distribuiti i 55 miliardi stanziati e quelli a venire, dal MES o dalla BCE. Il ristorante prima bisogna poterselo pagare poi ci si può andare anche con la mascherina ma non sarà mai una priorità.

C’è insomma una torta di 55 miliardi da suddividere alle categorie produttive maggiormente danneggiate dalla pandemia e “lor signori”, i soliti, quelli di sempre, sono già al lavoro per mettere le mani, a modo loro, sulla torta. Rivelano i bene informati che i “grandi gruppi” imprenditoriali come FCA ( cioè la vecchia Fiat per intenderci oggi con sede in Olanda) vanno tessendo manovre politico-editoriali per far cadere il governo Conte e sostituirlo con uno più malleabile o, se possibile, di “unità nazionale”in modo da avere un governo senza opposizione e avere mano libera con il lavoro di lobby. E’ in questa chiave, a quanto pare, che bisogna leggere gli avvicendamenti alla direzione di giornali come “La Repubblica “ e “La Stampa” ma vanno  ricordati anche i Caltagirone con ” Il Messaggero” e  gli Angelucci con “Libero” e “Il Tempo”.

Ora non ci vuole molto per capire che il rilancio dell’economia dipende non dai metri di distanziamento sociale al mare o al ristorante  ma se i miliardi vanno nella direzione giusta, come giustamente richiede Bruxelles quando piangiamo miseria.

Una democrazia matura funziona quando il “popolo sovrano” esercita dal basso un controllo effettivo sul governo e sulle istituzioni, ognuno con le sue responsabilità, diversamente finisce come con le mascherine e i tamponi che non si sa dove siano finiti.

Abbiamo tutti preso atto che due mesi e passa di chiusura totale (lockdown) hanno messo in ginocchio attività che vivevano  di servizi giornalieri offerti in libertà di contatto e di assembramento (bar-ristoranti-pizzerie-palestre-parrucchieri-abbigliamento  ecc.ecc.). Non vi è alcun dubbio che vanno aiutati con misure calibrate, sia fiscali che creditizie e, dove possibile, a fondo perduto.

Il problema è che piangono miseria tutte le categorie, chi più chi meno, e con Confindustria in testa marciano Confcommercio, Confagricoltura e Confartigianato. I servizi televisivi mostrano imprenditori incazzatissimi che affermano di avere subito perdite pesantissime e che si aspettano un taglio delle tasse, una sospensione dei pagamenti, l’accesso al credito e contributi a fondo perduto. Persino il “compagno” Gianfranco Vissani, che cucina per palati milionari, piange miseria mentre i gestori di lidi (15-20 euro a ombrellone) piangono anticipatamente in previsione di  mancati incassi.

Con quali criteri il governo stabilirà chi merita effettivamente di essere aiutato non è dato saperlo anche perché le banche hanno verificato che, con la scusa del coronavirus, c’è chi vorrebbe estinguere debiti preesistenti e in sofferenza.

Sarà il governo con le sue articolazioni territoriali a stabilire la destinazione degli aiuti ma un interrogativo sorge spontaneo a fronte delle rilevanti perdite denunciate da imprenditori, esercenti e partite IVA genericamente intesi. L’interrogativo è il seguente: le perdite denunciate sono correlate e compatibili con il fatturato e la dichiarazione dei redditi del 2018?  Come si fa a perdere più di quanto si è guadagnato? Il nostro è un Paese dove il 40% dichiara redditi intorno ai 15 mila euro e solo il 6% dichiara redditi oltre  50 mila euro (dati resi noti da PierLuigi Bersani a “Piazza Pulita“).

Ci si rende conto allora che la supermanovra di 55 miliardi, il doppio di una normale finanziaria, rischia di andare nella direzione sbagliata quando, invece, l’occasione è unica per affrontare con decisione la vergogna nazionale dell’evasione fiscale, pari a circa 100 miliardi.

Si tratta di volontà politica, spiegherà qualche editorialista, perché bisogna mettere in conto una  inevitabile e conseguente perdita di consensi elettorali che nessuno è disposto a pagare, da Zingaretti a Salvini, compresi quelli della “scatoletta di tonno”, della  lotta alla povertà e , al grido “onestà…onestà..onestà..”, oggi assisi in parlamento a testimoniare che oltre ” il vaffa” non c’era nulla se non una inadeguatezza di fondo a svolgere responsabilmente e con competenza ruoli istituzionali. Ci mancavano le scarcerazioni e le patrie galere alleggerite di esponenti di spicco della criminalità. Alla fine scopriremo che il coronavirus è stato una grande opportunità per chi ha saputo cinicamente sfruttarla.