Sab 18 Set 2021

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Senza il mezzogiorno l’Italia non riparte

Recentemente si è fatto vivo con una intervista al Corriere della Sera il ministro per il Mezzogiorno Giuseppe Provenzano.
Propone una fiscalità di vantaggio per il Sud applicando un abbattimento del costo del lavoro del 30% da far valere sui contributi previdenziali a carico delle imprese.

Lo SVIMEZ quantifica, nello scenario economico autunnale, in 380 mila la perdita di posti di lavoro nel sud. Nessun riferimento fa il ministro nell’intervista alla ripartizione dei 209 miliardi promessi dall’UE né all’eventuale utilizzo dei 37 miliardi del MES.
Il Nord invece si è fatto sentire in maniera esplicita non tanto per bocca dei vertici confindustriali quanto dal presidente della conferenza Stato-Regioni, quel Bonaccini rieletto governatore dell’Emilia Romagna e già noto alle cronache antimeridionali per avere sposato la tesi dell’autonomia differenziata di Zaia e Fontana sia pure con qualche distinguo.

Appena Conte, rientrato dal Consiglio di Bruxelles, ha dato notizia dei 209 miliardi di cui l’Italia potrà beneficiare per la sua “ricostruzione”, il Bonaccini di lotta e di governo, targato PD e accreditato come successore di Zingaretti alla guida del partito, ammonisce il governo a non disperdere le risorse e a concentrarle nelle regioni che costituiscono, economicamente e produttivamente, la “locomotiva d’Italia”.
I vagoni del Mezzogiorno a traino.

Insomma la solita solfa padana del Nord che produce e del Sud improduttivo, assistito e parassita mantenuto dalla razza padrona, padana e predona.
La storia, al contrario, dice che senza le braccia, il talento, la produttività e i sacrifici degli emigrati meridionali a far girare le catene di montaggio delle fabbriche padane non ci sarebbe stato il boom economico del dopoguerra. A quanto pare, lor signori hanno già in mente come fregare ancora una volta il Sud grazie soprattutto alla inesistente cultura di governo nella rappresentanza politica meridionale in parlamento e nelle istituzioni che contano.

Ormai anche le pietre hanno capito che le risorse vengono sottratte al sud col marchingegno della “spesa storica”, perversa interpretazione politica del fondo nazionale di perequazione di quel Roberto Calderoli, senatore leghista che alimenta con alternata e pari animosità le sue pulsioni antimeridionali e antislamiche.
Applicando il criterio della spesa storica ai 209 miliardi promessi dall’Europa le risorse verrebbero ripartite nella misura del 28 % al Sud e 72% al Nord là dove la ripartizione, in base alla popolazione, dovrebbe essere del 34% al Sud e del 66% al Nord.

Non si tratta di poca cosa se si considera che con questo imbroglio, negli ultimi dieci anni, al Sud sono stati sottratti oltre 50 miliardi all’anno che, tradotti in infrastrutture e servizi, vogliono dire strade, scuole, ospedali, asili nido, trasporti, welfare e servizi essenziali.
In termini politici lo scandalo non sta soltanto nella sottrazione di risorse al Sud quanto nella passività della rappresentanza politica meridionale, nella sua rassegnazione che maschera un’antica subalternità all’egemonia della razza padrona, padana e predona.
Si può capire che le carriere politiche le avallano le segreterie nazionali che a loro volta avallano i governi ma questo non può giustificare la discriminazione che subisce il sud. Ormai lo squilibrio Nord-Sud, con i suoi differenziali economici e sociali, è fin troppo noto per poterne dedurre che non è soltanto un deficit di cultura di governo e di conoscenza dei meccanismi della spesa pubblica ma una sottomissione consapevole alle decisioni di spesa che penalizzano il sud.
Se ne trova conferma negli atti parlamentari di Camera e Senato dove non risultano posizioni e meno che mai azioni di contrasto all’applicazione della spesa storica come criterio di ripartizione delle risorse così come oggi non risultano prese di posizione di contrasto alla esplicita sollecitazione di Bonaccini al governo di concentrare l’utilizzo dei miliardi in arrivo da Bruxelles nel nord produttivo e operoso assurto e locomotiva dell’economia nazionale.
Tace la giunta regionale calabrese e la sua presidente impegnata in una narrazione cinematografica della Calabria, tace il consiglio regionale alle prese da sei mesi con le nomine di potere e sottopotere ma che, considerata la totale subalternità ai partiti nazionali, non hanno oggi come non hanno mai avuto nulla da dire.

Rimane la speranza fondata che sarà l’Europa, Merkel in testa, a spiegare al governo di Conte e Bonaccini e ai suoi emissari che per il rilancio dell’Italia è tempo di risolvere lo squilibrio nord-sud, necessario per accendere l’altro “motore” dell’economia italiana, il Mezzogiorno, spento dalle ipocrisie e dalle falsità di una “questione meridionale”che nessun governo nazionale, quale che fosse la connotazione politica, ha voluto seriamente affrontare. 
Per l’Europa la “coesione sociale” delle due Italie è diventata questione dirimente e i miliardi messi a disposizione dall’Europa sono incardinati al superamento del divario Nord-Sud e non soltanto perché ne ha bisogno l’Italia ma perché è l’Europa che ne vede la necessità.

Il Cantiere di ascolto della “due giorni” voluta dalla Santelli per delineare la Calabria del futuro con l’utilizzo dei fondi europei non risulta che abbia affrontato il problema dello scippo di risorse perpetrato con la spesa storica ai danni del Sud. Nessun accenno negli interventi che si sono succeduti e riconducibili sia al centrodestra che al centrosinistra.
E qui, come in tutte le analisi sul differenziale nord-sud, torna d’attualità ciò che, già tantissimi anni fa, fu chiarissimo a Gaetano Salvemini e cioè che il problema del Sud non è la sua arretratezza in sé ma la sua classe politica che la perpetua e che non ha mai avuto la volontà, la capacità e la competenza per affrontarla e farla valere contro i nordisti di rango e di complemento al soldo dei grandi gruppi imprenditoriali e dei governi da loro espressi per i quali non ha mai avuto rilevanza l’unità economica e la coesione sociale del Paese.

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