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Non c’è pace per la Calabria: “Zona rossa” un voto alla sua sanità

di Domenico Mamone, presidente Unsic

La Calabria “zona rossa” è sostanzialmente un voto alla sua sanità. Un “cartellino rosso” calcistico.

Infatti, sebbene il territorio sia tra i meno colpiti dal coronavirus (10mila contagi in tutto), costituisce però un quadro che fa paura quello rappresentato dalle 358 persone ricoverate, dalle 45 terapie intensive occupate, dai quasi settemila calabresi attualmente con il Covid, benché i più siano rinchiusi nel proprio domicilio. Numeri che diventano molto rilevanti a fronte delle “armi” in campo nel territorio calabrese per combattere questo flagello. E non vanno dimenticati i 180 decessi.

Se, dunque, il problema sanitario è gigantesco, non meno rilevanti sono i nodi politici e sociali.

Ad esempio, la dice lunga sulla situazione di una Regione la cui sanità è commissariata da undici anni e in cui le Asl perdono circa un miliardo di euro (Reggio Calabria e Lamezia sono addirittura commissariate per infiltrazioni mafiose), il fatto che nel giro di pochi giorni abbiamo assistito al cambio di ben tre commissari regionali alla sanità, uno che si è dimenticato il “piano Covid”, un altro immortalato in un video mentre propaganda l’inutilità della mascherina e un terzo, come ricordano i quotidiani oggi in edicola, indagato a Catania nella maxi inchiesta sui presunti concorsi truccati all’università etnea (che però va verso l’archiviazione). E che getta improvvisamente la spugna.

Lo stesso senatore Nicola Morra, presidente della Commissione antimafia, che conosce bene la Calabria essendo stato docente di storia e filosofia a Cosenza e Cassano allo Ionio, aveva espresso riserve su quest’ultima nomina, come riporta Il Fatto quotidiano: “Da presidente della commissione parlamentare antimafia avevo chiesto una filosofia e dei nomi che indicassero una svolta netta e radicale. Gaudio non la rappresenta a mio avviso. C’era la necessità di portare persone che non abbiano alcun condizionamento da subire dalla Calabria”.

I contesti di questi avvicendamenti, insomma, hanno trasformato in “preoccupantemente comica” una situazione unicamente drammatica.

Occorre anche capire – ma forse è emblematicamente chiaro – perché, mentre il premier Conte ha liquidato il “commissario delle dimenticanze” nel giro di poche ore dopo la messa in onda dell’imbarazzante intervista, il ministro Speranza c’abbia invece messo tutti questi giorni per dare il benservito al suo compagno di partito, candidato alle elezioni da Leu nel 2018.

Le incognite non aiutano, l’unica cosa chiara è lo stallo. Un pantano sempre più preoccupante, forse perché nasconde anche tanti scheletri. Tutto ciò rende ancora più nebuloso il ruolo di Gino Strada, il cui nome circola da diversi giorni ma, come ha ribadito lo stesso fondatore di Emergency con un post sul suo profilo Facebook, “dobbiamo ancora definire per cosa e in quali termini”.

Al di là del gradimento o meno che possa incontrare Gino Strada tra i tanti (troppi?) decisori della materia, è inconcepibile chiamarlo in causa da giorni e non aver ancora concordato regole di ingaggio, ruolo, funzioni e soprattutto margine di autonomia. A Strada non sarebbero stati presentati piani, progetti, proposte. Lo stesso fondatore di Emergency ha spiegato di trovarsi a disagio “in una situazione in cui si parla di qualcosa ancora da definire”.

Il nodo vero è che la presenza di Gino Strada potrebbe essere destabilizzante per un sistema incancrenito come quello calabrese.

Il medico lombardo, al di là delle sue note posizioni politiche che purtroppo si prestano a facili strumentalizzazioni da una parte e dall’altra (benché abbia dichiarato di non votare da anni e sia stato molto critico verso i governi di centrosinistra), indubbiamente rappresenta un personaggio di rottura, ma con tutte le carte in regola. Il suo curriculum professionale ha pochi eguali. S’è formato all’ospedale di Rho, dove ha fatto pratica di trapianti di cuore fino al 1988, specializzandosi poi in chirurgia cardiopolmonare, traumatologica e nella cura delle vittime di guerra, con esperienze presso università e ospedali statunitensi, britannici e sudafricani, compreso l’ospedale del primo trapianto di cuore di Barnard. Ha poi lavorato con la Croce Rossa in varie aree di conflitto in Africa, Asia ed Europa (Bosnia ed Erzegovina).

Emergency, la sua “creatura” fondata nel 1994, ha fornito assistenza gratuita a milioni di pazienti in tutto il mondo.

Potrebbe senza dubbio rappresentare una risorsa utilissima per la Calabria una personalità del genere (l’endorsement di Matteo Renzi: “Strada è un uomo vero. Un dottore vero. Un italiano vero. Quando l’ho conosciuto mi ha emozionato”). Specie per il ventilato progetto di attivare quattro ospedali da campo tra Reggio e Catanzaro. Alzare barriere ideologiche o addirittura etniche (la ricerca del calabrese per forza) corrispondono ad atteggiamenti di deleteria chiusura.

Con le dimissioni di Gaudio, il quadro assume ancora più tinte fosche. Non c’è proprio pace per la Calabria.

Il nodo vero è che ogni volta che si parla – o si straparla – di Calabria, il livello degli interventi è quasi sempre basso e portato a demonizzare un territorio con gli immancabili preconcetti, evitando di accennare alle sue infinite eccellenze e potenzialità. È la dimostrazione che in fondo la Calabria è poco apprezzata, purtroppo, anche da tanti calabresi, specie da quelli che hanno funzioni di pubblica amministrazione. Il coronavirus è soltanto l’ennesima goccia che fa traboccare il vaso: il virus più grave in questa terra ci ha preso la residenza e all’anagrafe si chiama di nome “Malasanità” e di cognome “Permanente”. Ci siamo dimenticati, offuscati dall’emergenza Covid, i decessi per interventi di appendicite o di parto negli ospedali calabresi, roba da terzo mondo?

Altro che “zona rossa”, la Calabria è sempre stata “zona nera”. Ha contribuito a ciò una schiera di politici locali nel cui vocabolario le parole “competenza” e “merito” sono spesso assenti. Proprio utilizzando questa logica deficitaria continuano ad affidare incarichi a dirigenti a fine carriera o a pensionati all’ultimo giro di giostra che costituiscono un’offesa a tutto il popolo calabrese.

Se Gino Strada darà un risolutivo contributo per affrontare al meglio l’emergenza Covid, ottimizzando risorse sempre minori, ripristinando gli ospedali già esistenti, spesso chiusi da anni, riadattando vecchie strutture (che poi tanto vecchie non erano) e stabilizzando personale infermieristico e medico per una sanità calabrese all’altezza della sua storia e dei tanti luminari che operano nei maggiori ospedali fuori regione, allora ben venga anche Gino Strada.