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Violenza sulle donne, “Le parole che non ho ancora letto”

a Cura di  M. Cecilia Gioia,

Psicologa, psicoterapeuta

Associazione di Volontariato Mammachemamme

“Come ogni anno mi ritrovo ad attraversare il 25 novembre. Quest’anno in chiave pandemica, ma non per questo meno rumoroso. Anzi.

Già da alcuni giorni mi sono imbattuta in articoli, riflessioni, vecchie citazioni su un tema che continua ad essere, mai come in questo momento, così attuale e di priorità assoluta.

Leggo, rileggo, scopro tracce, mi tuffo nelle molteplici parole usate per descrivere ciò che quotidianamente avviene nella vita di molte donne e bambine. Eppure non basta. Non basta a darmi un senso.

Forse perché continuo a percepire dissonanze che non aiutano quel processo necessario per percepirmi, come donna, davvero al sicuro.

E invece le innumerevoli contraddizioni che incontro, rendono questo 25 novembre amaro, come le parole, le leggi, la scarsa consapevolezza, la cultura violenta che ritrovo nel panorama del mio quotidiano vivermi.

Perché siamo tutte e tutti intrisi di violenza, di quella subdola, mascherata, edulcorata che ci riveste come una seconda pelle oscurando i nostri sguardi, rendendoli meno vigili.

E le parole, strumentalizzate per asservire ad una cultura sempre più violenta, hanno consolidato tutto questo rendendoci sterili di parole madri. Quelle parole che sanno e generano cambiamenti e rivoluzioni e che in alcuni anni hanno avuto davvero voce.

Ed è da lì che bisogna ripartire, dalle parole.

E imparare ad usarle, a leggerle, a pretenderle come diritto, per nutrire una generazioni densa di acronimi.

Perché c’è sempre troppa fretta. Talmente tanta da dimenticare di prendersi cura delle radici. Perché è lì che si annidano i pregiudizi precoci consolidandosi poi in comportamenti violenti e oppressivi. E’ lì che si plasma fin da bambini la cultura oppressiva che valorizza la forza fisica e violenta. Noi adulti abbiamo una grande responsabilità verso le generazioni future. Dobbiamo agire e farlo bene. Con consapevolezza, guardando all’infanzia come periodo elettivo per promuovere germogli di cambiaMenti.

E’ necessario dunque riflettere, rendere la nostra casa e tutti gli spazi educativi e ludici che si rivolgono ai bambini e alle bambine dei luoghi salubri per insegnare e consolidare la cultura del rispetto.

Dobbiamo farlo e farlo bene. Nessuna delega ma l’assunzione consapevole del nostro ruolo educativo in quanto adulti, genitori, educatori. Possiamo farlo ricordando a noi stessi, il valore dell’esempio e delle parole autentiche, elementi essenziali per favorire apprendimento. Vogliamo farlo perché solo in questa presa di coscienza c’è la possibilità vera di combattere gli stereotipi di genere.

E dunque, se vogliamo davvero coltivare parole di senso, è necessario farlo ogni giorno, non solo il 25 novembre.

E chiamare la violenza e tutte le sue manifestazioni con il loro nome.