La segnalazione, attraverso una lettera, arriva alla nostra redazione da un gruppo di persone residenti in un paese delle Serre cosentine.
Scriviamo alla stampa, perché vogliamo sperare almeno in un vostro intervento.
Confidando di portare all’attenzione una situazione paradossale che si verifica da tanto e troppo tempo nel nostro paese.
Il nostro medico di famiglia ha lo studio chiuso e non riceve pazienti da mesi, dall’inizio della pandemia, cioè dal mese di marzo. I certificati di malattia o le ricette per l’acquisto di medicine vengono distribuite e consegnate dalla sua assistente (firmate dal professionista, ma redatte dall’impiegata), ma la cosa ancor più grave che si verifica è che la somministrazione dei vaccini contro l’influenza è stata affidata dal sanitario anche alla sua fedele dipendente, pur non avendo nessuna qualifica.
Capita spesso di pensare al medico di base come a un burocrate: compila e fornisce ricette per farmaci, prescrive visite o analisi. Ma il medico di famiglia non è solo questo: viene al nostro domicilio quando siamo malati e non possiamo recarci presso il suo studio, è il professionista che conosce bene il nostro stato di salute e, quando si presenta la necessità, ci guida in tutto il percorso terapeutico. Tutto questo, purtroppo però, per una parte della popolazione del paese rimane un’utopia.
Diverso atteggiamento è quello dell’altro medico di base, che nel momento in cui è assente nomina, come stabilito dalla legge, un sostituto che prenda le sue veci ed a cui i suoi pazienti possono affidarsi con sicurezza.
Ed allora ci chiediamo, la “legge”, anche in campo sanitario, non dovrebbe esser uguale per tutti?



