Sab 1 Ott 2022
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La Calabria e l’assistenzialismo giornalistico

Ma davvero devono farci scoprire le bellezze di Calabria i grandi giornali nazionali ed internazionali?

Ma davvero crediamo che le grandi firme oppure i più seguiti influencer del web siano capaci più di noi calabresi di raccontare le nostre storie, i nostri luoghi, i nostri sapori, le nostre mille sfaccettature e le nostre mille viuzze di paese?

Lo ribadiamo da tempo: la Calabria è la regione più “attenzionata” dai media e dal mondo. Per i luoghi, per il cibo, per la rinascita delle sue produzioni, i vini, l’olio e molto altro. Lo sarà ancora di più nei prossimi mesi ed anni. Al di là di chi governa e di chi amministra.

Uno scorcio di Calabria

Si può definire “effetto Colombo”, quella dimensione in cui l’esploratore italiano per eccellenza, scoprendo l’America, in verità aprì le porte ai viaggiatori e a se stesso. Approdò alle Bahamas, terre ancora inesplorate, vergini se vogliamo. La nostra terra è ritenuta così ma non è vero.

Oggi assistiamo a novelli Marco Polo che giungono a queste latitudini e credono di scoprire una nuova via della seta che in realtà già c’è. Oltretutto, se proprio vogliamo, tra Settecento e Ottocento la moda del «grand tour» portò in Italia molte penne illustri, viaggiatori da diverse parti d’Europa venuti a sperimentare un’idea di “Mezzogiorno” che si era già consolidata nella propria cultura: quella degli antichi splendori contrastata dalla povertà di quei tempi, il luogo prescelto dal sole e dal mare ma lasciato languire per l’incapacità e l’apatia degli “indigeni”.

Mi ha sempre fatto una certa impressione, ma solo adesso riesco a codificarla e razionalizzarla, e tuttora mi lascia basita, il fatto che a distanza di oltre un secolo e mezzo (!!!), 175 anni per la precisione, si continui a citare ed osannare, per quanto bello ed importante il suo lascito in termini di “letteratura turistica ed enogastronomica”, il viaggio in Calabria di Edward Lear come il più grande e autorevole “dire” su di noi e il nostro territorio, nello specifico e in questo caso quello della provincia di Reggio Calabria.

Il libro di Lear

Ma è mai possibile che l’unica “guida turistica” ritenuta autorevole possa essere uno scritto di metà ottocento?

Uno studioso a me caro, Placanica, sostiene, tuttavia, che le descrizioni dei viaggiatori non sono tutte preconcette e che difficilmente è possibile considerarli il risultato di un’osservazione diretta. Ciò che è stato scritto è stato assolutamente filtrato dai mediatori locali che hanno agito come interlocutori, ospiti o traduttori durante il viaggio dell’esploratore.

Ed è da questa particolare angolazione che si deve parlare allora di Calabria! E dei calabresi. Continua a persistere una sorta di assistenzialismo giornalistico che non ci piace più. Siamo evidentemente, intimamente (e purtroppo spesso è così), abituati ad aspettare ed aspettarci dall’altro quello che dovremmo produrre da noi stessi. Ci aggrappiamo ad ogni forma di sussidio ed in questo caso addirittura di opinione!

“Vanity fair” o ” La Cucina Italiana” fanno benissimo ad ospitare reportage e scritti su di noi. Ne siamo fieri ed orgogliosi. E si vede dalle migliaia di like e condivisioni che gli articoli dei giornali locali che annunciano ciò si sono garantiti.

Ma può un giornale scrivere che un altro giornale ha pubblicato un articolo? Come ad avvalorarne l’autorità e la superiorità.

Non voglio certo dire che giornali nazionali di una certa portata non siano autorizzati a farlo o che la visibilità che hanno non sia importante, me ne guarderei bene (io stessa scrivo per il blog più cliccato d’Italia) ma servono, adesso, coraggio e consapevolezza per riscrivere “dal basso” l’immagine della nostra Calabria, senza stupirci ed aspettare di inorgoglirci se lo fanno gli altri.

L’autoconoscenza è un termine usato sovente in psicologia. Che vuol dire sapersi fermare, nonostante il ritmo frenetico della vita quotidiana, ed imparare ad ascoltarsi, a leggere nei meandri della propria anima. Siamo noi che possiamo indicare il cammino da percorrere. Siamo noi che accompagniamo le “grandi penne” sul nostro territorio. Ho conosciuto Margo, la bravissima giornalista autrice del pezzo sulla Calabria per Vanity fair: abbiamo chiacchierato, degustato anche una varchiglia, il dolce storico di Cosenza, in un bar altrettanto storico della città vecchia. Ci siamo scambiate opinioni, commenti e suggerimenti. Lei poi ha scritto di noi, trattegiando le sue impressioni e raccogliendo anche alcune mie sollecitazioni. Bene, anzi benissimo. Da ammirare chi, in auto da Milano, percorre in lungo e largo questa terra e ne scrive. Chapeau!

Tipicità calabresi

Ciò che però emerge è il sentirsi gratificati dal forestiero come se fosse la nostra ricompensa e, ancora, il rilancio da parte di tutti i siti web calabresi- ed anche del governatore- di quel pezzo su un giornale nazionale.

Lo stesso stupore non avviene quotidianamente quando leggiamo sui nostri media le nostre bellezze. Perché? Forse anche perché si tende il più delle volte a sottolineare quello che non va? A mettere d’avanti le brutture alla bellezza? Da sempre. Eppure i “locali”, raccontano di Calabria da anni. Eppure quando lo fanno in positivo spesso lo fanno meglio della propria anima, per tornare all’esempio dell’autoconoscenza.

Ed allora, fermiamoci un solo attimo e riflettiamo.

Ah, e riflettiamo anche sul fatto che si parla di Calabria sempre come se fosse “figlia di un dio minore”. Come se tra le righe trapelasse un certo atteggiamento di compassionevole stupore. O come se, e non so se è peggio, se una cosa la fai in Calabria ti meriti un riconoscimento. Una sorta di “quota rosa” che implicita una minorazione.

“Uh guarda, non sembra di essere in Calabria!”, spesso si dice. Ma che vuol dire non sembra di essere in Calabria?! È Calabria. Eppure siamo noi stessi calabresi che lo affermiamo di continuo. Le parole, signori, hanno un valore e sono uno strumento importantissimo. Impariamo ad usarle.

Diventiamo noi stessi i nostri Colombo, i Vespucci, i Marco Polo e soprattutto riscriviamo la nostra narrativa, come merita e dal basso.