Ven 2 Dic 2022
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“Figli del Minotauro” il film sulla Calabria vera, quella di persone che lavorano

Mentre è in uscita il film documentario “Figli del minotauro/Storie di uomini e animali”, ci si chiede: può la narrazione della Calabria emendarsi dall’immagine di terra di ‘ndrangheta, dal peccato originale di essere regione povera e terra di emigrazione, dagli stereotipi piú comuni, dal trash sfrenato della promozione bronzea? Sembrerebbe finalmente possibile una nuova via del racconto in Calabria, letterario e cinematografico, grazie ad una generazione di autori che riescono a cogliere nel contemporaneo i segni di una civiltà contadina ancora assai vitale .

E’ questo il caso del film documentario  “Figli del minotauro/Storie di uomini e animali” di Eugenio Attanasio, prodotto dalla Cineteca della Calabria, che viene presentato giovedì 24 novembre in concorso al Catania Film Fest, un’opera aperta sul pastoralismo, che pone per una volta la Calabria al centro di una riflessione antropologica sulle società sviluppatesi nel Mediterraneo.

 

A sostegno e promozione del film e del libro si è formato un gruppo di sostenitori, “figli del Minotauro” appunto, composto fra gli altri da Salvatore Tozzo, Domenico Levato, Giuseppe Gallucci, Elisabetta Grande, Elia Panzarella, Luigi Stanizzi. Protagonisti dell’epico racconto della transumanza, inteso come metafora di un cammino di uomini e animali, sono i mandriani, eredi di una cultura millenaria che permane ancora oggi, e che parte dal Mesolitico, quando uno dei primi artisti della preistoria raffigurò l’immagine del Bos Primigenius nella Grotta del Romito di Papasidero, uno dei siti più importanti del mondo. Ancora non sono noti i motivi ispiratori di questi primi uomini che scelsero i bovini come soggetti delle loro straordinarie opere, tra Papasidero, Lescaux, Altamira e Chauvet, ma si è certi che risalgano ad un periodo anteriore alla domesticazione, quando l’animale rappresentato evocava un’idea di forza, di potenza, di fertilità che incuteva timore.

 

Aristotele cita, nell’Istmo delle Calabrie, Italo, re allevatore degli Enotri, mentre il simbolo del bovino è ricorrente nell’arte della sibartide sia con il toro prospiciente, utilizzato nella monetazione, che con la scultura del toro cozzante. Ultimi eredi di questo mondo ancestrale, gli allevatori calabresi di podoliche, si muovono ancora andando dietro agli animali che si spostano in cerca di pascoli freschi, utilizzando ora il cavallo, ora il pick up, ora il quad, interpretando una modernità ancora sostenibile, dove uomini, animali e specie vegetali creano un ecosistema.

 

La troupe ha ripreso per ben tre anni monticazione e demonticazione della famiglia Mancuso di Marcedusa, composta dallo zio Salvatore e dal nipote Antonio, che mantengono ancora i richiami verbali con i quali riescono a comunicare con gli animali, chiamandoli per nome e riuscendo a farsi intendere. I campanacci disegnano un paesaggio sonoro, illustrato nel film  dal un etnoantropologo di fama come Antonello Ricci, riconoscibile agli allevatori, agli animali, alle comunità che attraversano e che si sono formate come stazioni di posta della transumanza. La transumanza modella le relazioni tra persone, animali ed ecosistemi. Implica rituali e pratiche sociali condivisi, prendersi cura e allevare animali, gestire terreni, foreste e risorse idriche e affrontare i pericoli naturali.

 

Nel 2019 è stata inserita  dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale, che ha riconosciuto il valore della pratica sulla base di una candidatura transnazionale presentata da Italia, Austria e Grecia. Nel cast ci sono  Mattia Isaac Renda, Gianluca Cortese, Salvatore Gullì, Alessandra Macchioni, Franco Primiero, Francesco Stanizzi; Antonio  Renda per la parte fotografica e  Nicola Carvello, per la cinematografia del documentario, i costumi sono di Stefania Frustaci.