Di Pierfrancesco Greco
Andare … Andare avanti, evolversi, progredire sono possibilità, anzi, sono la normalità della condizione umana: più una società ha la capacità di progredire, più il grado di civiltà di quella società cresce, matura, si consolida. Può capitare, però, che questo naturale percorso evolutivo verso forme di civiltà sempre più compiute rallenti, si blocchi, vada in stallo: ed è allora che alla razionalità subentra l’irrazionalità, alla realtà viene preferita l’aleatorietà, alla verità la bugia, al diritto la barbarie. È allora che si apre il baratro verso l’inferno, verso l’assurdo, verso la tragedia: è la tragedia che Manzoni descrive con mirabile potenza narrativa nella “Storia della colonna infame”; è la tragedia vissuta da Enzo Tortora, il quale, prima di morire, devastato dalla malattia, da quella che egli definì una “bomba al cobalto” esplosagli dentro durante il suo calvario giudiziario, espresse, nelle disposizioni testamentarie, la volontà di essere seppellito con una copia del succitato saggio storico; è la tragedia di un uomo innocente, perbene, accusato di associazione per delinquere di stampo camorristico, sulla base delle parole di criminali affetti da disturbi paranoidi e dominati da istinti sanguinari; soggetti pericolosi e inattendibili, elevati al rango di oracoli intangibili da magistrati arroganti e sensibili al più pacchiano protagonismo.
Magistrati i quali, attraverso l’uso distorto di un nugolo, proditoriamente e opportunisticamente infoltitosi nel tempo, di cosiddetti pentiti, a cui venne data la possibilità di concordare circostanze e dichiarazioni accusatorie in quella caserma napoletana dei carabinieri, che verrà indicata come “hotel” Pastrengo, appiccarono un incendio persecutorio che annientò il povero Tortora; è questa la tragedia consumatasi “Quando l’Italia perse la faccia”, espressione che, oltre a essere una congrua indicazione temporale, inerentemente a una fase poco edificante sia per la nostra storia sia per la nostra civiltà, non solo giuridica, è il titolo del libro in cui l’avvocato Raffaele Della Valle, legale, unitamente ai colleghi Antonio Coppola e Alberto Dall’Ora, di Tortora durante i “terribili anni”, intervistato dal giornalista Francesco Kostner, ripercorre le varie tappe dell’orrore, non del mero errore, che travolse uno dei più popolari presentarori italiani di ogni tempo, un uomo di specchiata moralità e vasta cultura, il quale finì stritolato dalle pulsioni inquisitorie di una “giustizia” necessitante, oggi come ieri, di radicali riforme, volte a garantire, e già questo è qualcosa di sacro, non solo gli indagati e gli imputati, ma i diritti e la libertà di ogni cittadina e di ogni cittadino di questo Paese, nel quale, ogni anno, si verificano ancora inaccettabili errori giudiziari, “e sono molti e sono troppi”.
Un libro che, a Cerisano, è stato presentato ieri sera, contestualmente all’ultima giornata del ventinovesimo Festival delle Serre, durante un simposio a cui oltre all’Autore, Della Valle, e al suo intervistatore, Kostner, hanno preso parte eminenti figure professionali attinenti all’ambito giuridico, le cui riflessioni hanno dato respiro a una tavola rotonda che, come il libro presentato, è risultata copiosa di contenuti, dal punto di vista civico ed esistenziale … Insomma, una serata a cui è stato importante partecipare e un libro da leggere, da conservare, da rileggere. In effetti, la lettura del volume di Della Valle costituisce un’esperienza formativa di assoluto interesse, mentre, ieri sera, coloro i quali hanno trascorso due ore al Sersale, tra cui i numerosi avvocati ivi giunti, hanno avuto la possibilità d’ascoltare, dalla voce di un protagonista diretto, intervistato da un giornalista di primo livello, il racconto di una vicenda paradigmatica della barbarie giuridica in cui possono incorrere anche le civiltà, apparentemente, più evolute …
Un’evoluzione che, per risultare effettiva, deve avere come presupposto quella “giustizia giusta per la quale si battè Tortora”, ha evidenziato il giornalista Antonlivio Perfetti, moderatore dell’incontro, nel corso del quale è emersa con forza l’esigenza di una “presa di coscienza sul tema della giustizia, attraverso cui frenare il declino Paese”, ha affermato Kostner; una presa di coscienza che, in effetti, è l’obiettivo sotteso al libro, il quale, vuole essere uno “spunto per provare a contribuire cambiare le cose su tale questione, che è di stringente attualità”. E proprio sull’attualità ha inteso focalizzare l’attenzione il Sindaco di Cerisano, l’avvocato Lucio Di Gioia, per il quale il cambiamento relativo alla giustizia, al sistema giudiziario nel suo complesso “deve trarre forza propulsiva e propositiva proprio dalle storture riscontrabili negli innumerevoli casi di malagiustizia, rispetto ai quali, quello riguardante Enzo Tortora, costituisce l’esempio più eclatante e, me lo auguro, destinato a essere da monito, a fare scuola nei prossimi decenni”.
Del resto, quello su cui si concentra il volume, “fu, nel contempo, un caso macelleria giudiziaria e di macelleria mediatica – ha asserito l’avvocato Roberto Le Pera, Presidente della Camera Penale di Cosenza -. Un caso, quello di Tortora, che va studiato nelle scuole, perché è il quotidiano, perché induce a riflettere, perché è educazione civica. Ecco, quello che viene presentato stasera è un libro di educazione civica, che parla di libertà, quella di cui la Camera penale è avamposto, presidio di quella presunzione d’innocenza che è un valore da tutelare e che, ancora oggi, non è affatto scontata. In questo senso, le riforme sono vitali, a cominciare dalla separazione carriere dei magistrati, e dal superamento di alcune misure, come quella di prevenzione, con cui è possibile persino aggirare una sentenza d’assoluzione. La situazione, nel nostro ambito di riferimento non è florida: ancora oggi ci dobbiamo confrontare con magistrati che, sovente, risultano incapaci di valutare profili probatori di responsabilità … Ancora oggi, l’avvocato penalista è solo”. Una solitudine che, secondo l’avvocato Ornella Nucci, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Cosenza, riguarda “l’avvocatura nel suo insieme, con una perdurante compressione del diritto per chi esercita questa professione.
Il libro, a cominciare dal titolo, parla di un’Italia che, nel giugno del 1983, quarant’anni addietro, perse la faccia, con l’arresto di Tortora e, poi, con il procedimento, che fu il primo caso di processo affidato alla spettacolarizzazione”, in cui si vide l’imputato umiliato e offerto al pubblico ludibrio e alla gogna mediatica, in cui spiccavano le manette, messe ben in vista a favore delle telecamere, in cui un ruolo primario ebbero la stampa e alcune tra le grandi firme del giornalismo italiano, che parteciparono attivamente alla canea colpevolista, con poche, lodevoli eccezioni, tra cui Enzo Biagi e Piero Angela, che palesarono, fin da subito, una posizione garantista. “Ecco – ha ripreso l’avvocato Nucci -, oggi, nel 2023, mi chiedo se l’Italia questa faccia l’abbia ritrovata”. Di certo, quarant’anni addietro, non tutti, all’interno della magistratura approvarono o fecero propri gli sconnessi teoremi dei PM di Napoli, i quali, per inciso, dopo la completa assoluzione di Tortora, dopo lo spegnimento del loro fuoco persecutorio, dopo che risultò chiara la loro determinazione nel procedere, a qualsiasi costo, in una direzione volta ad annientare l’imputato, nonostante la mancanza di prove, ebbene, dopo tutto questo, non subirono alcun contraccolpo riguardo alle loro carriere, venendo, piuttosto, “tutti promossi”, come ricordato da Della Valle domenica sera.
Questa era l’Italia … E, forse, questa è tuttora l’Italia … Comunque, ritornando al tema precedente, tra i magistrati che criticarono quella modalità di procedere vi fu il dottor Mario Spagnuolo, Procuratore della Repubblica di Cosenza, il quale, nel rievocare le sue reazioni, in quei giorni convulsi, di giovane magistrato, “iscritto a Magistratura Democratica”, ha rivendicato “il dissenso, pubblicamente espresso allora”, rispetto all’operazione complessiva che portò a quasi novecento arresti, tra cui quello di Tortora. Un dissenso che Spagnuolo estende alla metodologia, alla natura stessa dei maxiprocessi, i quali “non sono processi” ove valutare, confrontare testimonianze e prove col dovuto equilibrio e rigore e, alla fine, arrivare a sentenza. Nei maxiprocessi, in effetti, ciò diventa più difficile, per cui, secondo Spagnuolo essi hanno un senso, una ragion d’essere solo qualora i reati contestati facciano capo a un unico filone d’indagine. Per quanto riguarda il ruolo della magistratura nella società, il Procuratore della Repubblica di Cosenza dichiara di condividere “la concezione marxista della magistratura quale sovrastruttura”; da qui il suo rifiuto rispetto a una magistratura esercitante “un controllo sociale”. In verità, ha concluso Spagnuolo, “la magistratura non risolve problemi: essa deve solo valutare eventuali responsabilità dei cittadini”.
Ascoltando le condivisibili parole di Spagnuolo, dei giornalisti e degli avvocati che lo hanno preceduto, allo scrivente sovvengono nuovamente le parole – citate occasionalmente in questo scritto – che Enzo Tortora pronunciò quando ritornò, nel 1987, dopo quattro anni, in TV, a condurre il suo Portobello, interrotto nel 1983 dall’insensata e spietata tempesta, dal sequestro di Stato a cui fu sottoposto e che lo portò via dal suo pubblico, gettando nella disperazione la sua famiglia: “Dunque, dove eravamo rimasti?” Ebbene, nel campo della giustizia e del garantismo, in Italia, siamo rimasti indietro, siamo indietro. C’è ancora chi si fa portatore di istanze conservatrici, volte a mantenere lo status quo, a difendere antichi privilegi di casta e a osteggiare misure, come la responsabilità civile dei magistrati, volte a porre fine all’intollerabile squilibrio che mina il principio stesso dell’uguaglianza dei cittadini, di tutti i cittadini di fronte alla legge; una posizione, questa, che denota mancanza di spirito critico e incapacità di imparare dal passato, dimostra cinismo, palesa miopia rispetto a quello che succede ogni giorno, rivelando, soprattutto, “arroganza, mancanza, di umiltà, incapacità di saper riconoscere l’errore. Furono questi elementi – ha spiegato l’avvocato Della Valle, durante il suo appassionato intervento, che ha concluso la serata – a trasformare l’errore in orrore, in una tragedia di cui sento ancora il rintocco.
Una tragedia che poteva chiudersi subito, che poteva evitarsi se solo si fossero guardate le prove e non altri fattori. E invece la tragedia si consumò, portata avanti sulla base di un’ipotesi accusatoria in carenza assoluta di indagini. Una tragedia che camminò sui rapporti tra polizia giudiziaria e magistrato inquirente e tra magistrato inquirente e giudice, come, purtroppo, accade spesso anche adesso. Ecco, mi auguro che questo libro, scritto dietro insistenza di Kostner, possa rivelarsi utile a gettare luce in una macchina della giustizia che viaggia a fari spenti”. La voce di Della Valle si è stampata nel silenzio del Sersale: la sua è stata una testimonianza di libertà, rigore professionale e passione civile. Una passione, che, come il sottoscritto ha avuto la possibilità e il privilegio di dirgli, dopo la conclusione dell’iniziativa, al momento di fargli firmare una copia del libro, ha riscaldato la fin troppo fresca sera cerisanese, imprimendosi nella mente di chi lo ha ascoltato, anche in chi già conosceva la dolorosa vicenda di Tortora, e, quindi, arricchendo il patrimonio valoriale di ognuno, quello in cui alberga il rispetto, l’anelito all’ascolto e alla verità, ovvero tutte quelle categorie che danno alla vita la luce dell’umanità, intesa come predisposizione dell’animo.
“Per concludere – ha ripreso Della Valle – vorrei lasciarvi un messaggio non di vendetta, ma di speranza, affinché situazioni come quelle vissute da Enzo e da tutti noi, situazioni segnate non da errori, che ci saranno sempre, ma da orrori non si verifichino più; a me basterebbe questo. E, soprattutto, voglio rivolgere un messaggio di speranza a voi, giovani avvocati, affinché possiate continuare a combattere, senza arrendervi. Per farlo, dovete avere verso la magistratura un comportamento adamantino, libero da scheletri nell’armadio, connotato dal rispetto e dalla dignità, rifuggendo dall’ossequio peloso. Unicuique suum tribuere: dare a ciascuno il suo, secondo le rispettive prerogative. In fin dei conti, e lo dico anche da figlio di un magistrato, la magistratura ha scritto pagine fulgide nella storia di questo paese e non è giusto fare di tutta l’erba un fascio. Certo, c’è una tendenza notevole dell’ufficio del PM a invadere l’ufficio giudicante, così come una tendenza alla commistione di poteri (giudice, potere esecutivo, porte girevoli che, ultimamente, sono più chiuse), a incarichi extraprofessionali, tutte cose da superare: insomma, hai voluto fare il magistrato, fai il magistrato! In ogni caso, credo che studiando, restando probi, e con un lessico rispettoso verso coloro i quali vi troverete di fronte, la luce si accenderà e la macchina, che ora viaggia a fari spenti, inizierà nella giusta direzione ad andare”.



