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Craxi … La politica, la morale, la storia 

Di Pierfrancesco Greco

Storia … Materia complessa, scivolosa ma illuminante … La storia dice che Bettino Craxi è stato uno dei protagonisti più rilevanti della vicenda politica italiana del ‘900, a prescindere da ogni giudizio morale, da ogni convinzione politica, da ogni appartenenza partitica … Un protagonista della politica e della sinistra, é bene evidenziarlo: Craxi, il leader del PSI, con le sue luci e ombre, col suo decisionismo, con quella sua durezza che pareva esondare nell’arroganza dell’autoritarismo, tanto da porlo in costante conflitto con l’altra grande forza del movimento operaio e progressista italiano, ovvero il PCI – ennesimo, non primo e non ultimo, capitolo della deleteria guerra tra compagni -, era un uomo di sinistra, nonostante – per quanto mi riguarda, sbagliando – avesse archiviato Marx e tolto la falce e martello dal simbolo, nonostante la sua incompatibilità con Berlinguer, nonostante certe misure impopolari e dal retrogusto liberista che connotarono la sua esperienza di governo – che, poi, tanto impopolari non si rivelarono, come nel caso del taglio della scala mobile del 1984, poi premiato dal risultato del referendum del 1985 -, nonostante quel rampantismo borghese proprio della “Milano da bere” – espressione mutuata dal fortunato spot di un amaro, che rendeva l’idea dell’atmosfera gaudente e spensierata, al limite dell’edomismo, che, negli anni ’80, si respirava ai piedi delle monumentali scenografie congressuali realizzate dall’architetto Panseca e che andò connotando la dimensione esistenziale del craxismo, nel cui alveo si annidarono quelli che un esponente socialista certamente non di secondo piano, come Rino Formica, definì “nani e ballerine”, ovvero figure non mosse da grandi valori, visioni e capacità politiche e ideali, desiderose unicamente di trarre vantaggio, in certi casi profitto, visibilità, di trovare luce, in altre parole, stazionando all’ombra del leader – e nonostante quella sua vicinanza a Berlusconi e alle sue emittenti, che, a mio parere, fu uno dei suoi più grandi errori, unitamente a quello commesso in occasione del referendum sulla preferenza unica, nel 1991, con quell’atteggiamento sprezzante, verso il quesito proposto dai promotori, che ne fecero, nel senso comune, l’emblema della partitocrazia di Palazzo e, dopo l’esito della consultazione, lo sconfitto principale, in una sorta di prologo a una sconfitta ben più definitiva, destinata a materializzarsi di lì a poco; nonostante tutto questo – e nonostante la grottesca narrazione della destra attualmente al governo nel nostro Paese, volta a ridisegnare e snaturare l’eredità politica del leader socialista – , è difficile escludere Craxi, la sua attenzione verso i cambiamenti sociali, verso i nuovi ceti che andavano stagliandosi all’orizzonte, la definizione del rapporto tra meriti e bisogni, che connotò la direttrice ideale del PSI durante la sua segreteria, dal Pantheon della Sinistra italiana, europea e mondiale.

Sì, mondiale, perché la parabola del Compagno Craxi – perché, chiariamolo subito, fu e rimase un Compagno, anche se osservato da un’angolazione, come la mia, alquanto radicale, ovvero vicina a quelle posizioni, a quelle idee da cui egli si allontanò – , va vista in una prospettiva internazionale, ove si palesò il carattere chiaramente progressista nella sua azione politica, non solo per il ruolo che riuscì ad assumere in seno all’Internazionale Socialista, ma soprattutto per il sostegno alle dissidenze dei regimi autoritari, per la vicinanza alla causa dei popoli oppressi, come quello palestinese, contestualmente a cui si inserisce la vicenda di Sigonella, che, a parere mio, fu uno dei punti più alti della politica estera dell’Italia repubblicana: l’aver contrastato in maniera ferma e con successo le vigorose pulsioni egemoniche e imperialistiche del potente e prepotente alleato americano, in nome non di un sovranismo populista e retrogrado, come quello bivaccante oggi al governo, bensì dell’indipendenza, dell’autorevolezza e della dignità di uno Stato democratico capace di fare rispettare le proprie leggi e quelle del diritto internazionale sul suo territorio, oltre che ovviamente, in ossequio alla vicinanza ideale alla lotta libertaria del popolo di Palestina, fu un risultato che illumina tuttora in maniera vivida il suo percorso politico.

Un risultato straordinario che fu, nel contempo, l’inizio della sua fine; già, perché da allora, da quell’ottobre del 1985, e anche in seguito a quanto avvenuto l’anno successivo, quando, a metà aprile, una telefonata giunta dall’Italia avvertì il leader libico Gheddafi di un imminente bombardamento yankee su Tripoli, salvandogli la vita, gli Stati Uniti aprirono un conto con Craxi: un conto chiuso con la sua caduta. Non voglio certo qui addentrarmi in una questione estremamente complessa, nè nella palude del complottismo: mi attengo ai fatti e i fatti sono sotto gli occhi di tutti. La sua caduta, maturata in un contesto politico stravolto dai mutamenti in campo internazionale, con la caduta del Muro di Berlino, a cui seguì il crollo degli equilibri su cui si era mantenuta in piedi la cosidetta Prima Repubblica, travolti dall’ondata di Mani Pulite, fu repentina, fragorosa, spettacolare, nel senso più deteriore del termine, plumbea anticipazione di quella politica spettacolo di stampo qualunquista che tanto male ha fatto e tuttora fa al nostro Paese. Craxi, che non comprese appieno la portata dei mutamenti in atto nella politica italiana, si trovò spiazzato, rivelò poca lucidità, anche di fronte alla montante ondata giudiziaria e giustizialista, e, al contrario di altri, non ragionò strategicamente, non si abbassò, aspettando che passasse: lui affrontò di petto quello tsunami, chiamò in causa tutti i partiti, tutto il sistema rispetto a ciò che andava giorno dopo giorno emergendo, alla realtà, diventata nel tempo normalità, delle modalità di finanziamento dei partiti, inerentemente a quella grande anomalia che fu il sistema politico italiano tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni ’90.

La politica, allora, non ebbe il coraggio di cogliere l’occasione di cambiamento: alle parole di Craxi, seguì il roboante silenzio di un’Aula arroccata nel timore e nell’opportunismo dell’ipocrisia … Una politica che, per interessi particolari, accettò l’usurpazione del suo ruolo, rinunciando a trovare una soluzione alla crisi, se si eccettua un tentativo, presto accantonato sotto la pressione di quel potere giudiziario, che aveva riempito, anzi, occupato il vuoto lasciato libero dalla politica stessa – e sulle cui posizioni, oltre alle forze conservatrici, si appiattì, sbagliando, anche gran parte della Sinistra -, e di un’opinione pubblica ormai preda di una furia giustizialista che trovò sfogo nelle monetine del Raphael, uno degli episodi più ignobili nella storia della prima Repubblica, sotto tutti i punti di vista, manifestazione di quella voglia di rogo in cui si ritrovarono elementi di destra e di sinistra, conservatorismo e progressismo, nostalgie reazionarie e aneliti rivoluzionari, uniti dal livore, da quella “caccia al cinghiale” in cui vanno ricercati i germi di quell’antipolitica che, negli anni seguenti, ha assunto fogge variegate, sovente le une contro le altre armate, investendo il nostro Paese e arrivando fino ai giorni nostri.

Oggi, a distanza di venticinque anni dalla scomparsa di Craxi, avvenuta al di là del mare, ove egli si recò nel pieno della tempesta, commettendo, forse, l’errore maggiore della sua parabola politica – ma su questo, anche per non dilungarmi, eviterò di soffermarmi -, la sua figura, la valutazione della sua azione di politico e statista è ancora divisiva, motivo di scontro, a volte di schiamazzo strumentale e, sovente, poco lucido. Si fa fatica ancora a inquadrare storicamente ciò che Craxi, il craxismo hanno rappresentato nella storia politica italiana: certo, gli eventi sono troppo recenti e sussistono ancora i refoli delle passioni e delle contrapposizioni di quella stagione; in ogni caso, l’onestà intellettuale e il rigore proprio dell’analisi storica dovrebbero portare a inquadrare il tutto in una luce più obiettiva, in cui, come ho scritto poco fa, al netto delle appartenenze e del giudizio morale, è impossibile non riconoscere alla figura di Bettino Craxi un posto di primo piano nella vicenda italiana: una figura certamente controversa, che si erge tra i giganti di una politica animata da grandi orizzonti, da grandi ambizioni, da grandi, appunto, politici; una politica che, al momento – non solo in Italia -, è in sonno, soppiantata da un teatrino ove sfilano i nuovi nani e le nuove ballerine, addirittura meno intriganti e interessanti degli originali

… E sovviene la malinconia … Sì, perché la politica è un’altra cosa: dov’è oggi la vocazione al servizio? Dov’è la spinta a operare per un bene, un obiettivo superiore? Dov’è quella passione che spinge perfino a superare le categorie comunemente intese della morale pur di fare gli interessi della collettività? Certamente, oggi c’è un certo carattere flessibile della morale: esso sussiste, a oltre trent’anni dal ciclone giudiziario summenzionato, anzi è presente più di allora, con la differenza che oggi l’amoralità ha come obiettivo l’interesse individuale, particolare; insomma un’amoralità che, sullo sfondo di una sempre più totalizzante, invasiva e aggressiva deregolazione valoriale determinata dai poteri economici, è scaduta nella bieca immoralità. Questa è la differenza … Questa è la storia.