Un caso di presunta discriminazione all’Asp di Catanzaro sta emergendo con forza, mettendo in discussione le dichiarazioni di alcune organizzazioni sindacali in merito al pagamento del premio di produttività.
Una mamma e lavoratrice dell’Asp, che desidera rimanere anonima per tutelare la propria privacy e quella del figlio, ha deciso di rompere il silenzio, raccontando una storia che smentirebbe clamorosamente la presunta tutela dei diritti dei lavoratori che usufruiscono dei permessi della Legge 104.
La dura realtà di una mamma in difficoltà
La donna, madre di un bambino disabile, descrive la sua quotidianità come estremamente complessa. Affrontare turni di 12 ore con un figlio con bisogni speciali è già di per sé una sfida ardua. A rendere la situazione ancora più insopportabile, spiega, è la mancata garanzia da parte della stessa ASP delle cure che spettano al suo bambino per legge.
“Da un lato mi vengono sottratti soldi non riconoscendomi il premio di produttività, e dall’altro sono costretta a sostenere privatamente le spese per le terapie di cui mio figlio ha bisogno,” afferma con amarezza.
Le presunte bugie dei sindacati e la discriminazione
La testimonianza della lavoratrice si scontra direttamente con quanto dichiarato da sindacati come Cisl Fp Magna Graecia, Fp Cgil, Fials, Nursind, Nursing up.
“Questi – afferma la donna – avrebbero sostenuto che il Regolamento allegato alla deliberazione Asp Catanzaro n. 150 del 5 febbraio 2025, relativo alla gestione del sistema di valorizzazione delle performance individuali, prevedrebbe al punto 9 l’esclusione delle assenze tutelate dalla Legge 104, gravidanza e malattia per causa di servizio, ai fini della determinazione della quantità di servizio. Non è assolutamente vero quanto affermato”.
La mamma porta a riprova una comunicazione ufficiale ricevuta dall’azienda stessa. La comunicazione smentirebbe categoricamente le affermazioni dei sindacati, escludendola dal premio di produttività 2023. “L’esclusione – precisa – è dovuta al mancato raggiungimento del numero minimo dei giorni di presenza per l’anno 2023, causato da un ricovero di due mesi del figlio, titolare di Legge 104, avvenuto fuori regione per le cure necessarie”.
Umiliazione e richiesta di verità
“Nella mia vita ci sono due cose che non sopporto: le bugie e le umiliazioni,” dichiara la donna. L’esclusione dal premio, pur essendo una questione di “pochi euro”, rappresenta per lei una profonda discriminazione e un’umiliazione sia come madre che come lavoratrice.
“Non solo l’Asp non garantisce l’assistenza sanitaria a mio figlio, costringendomi a pagarla di tasca mia, non solo ho dovuto trasferirmi due mesi fuori regione per dargli almeno una possibilità di cura che in Calabria non abbiamo, ma mi vedo anche discriminata come lavoratrice, perché – per questo – non risulto abbastanza ‘produttiva’!”, sbotta la mamma.
La sua battaglia non è per denaro, ma per la giustizia e la verità. “Qui non si tratta dei pochi euro della produttività che non ho ricevuto. Qui si tratta di non subire in silenzio una discriminazione vera e propria sulla mia pelle e su quella di mio figlio. Si tratta di stabilire un minimo di verità su quanto accaduto e chiedere che qualcuno si assuma almeno un minimo di responsabilità,” conclude con fermezza, determinata a non fermarsi finché non avrà ottenuto ciò che le spetta.



