Ogni estate, puntuali come le onde che si infrangono sulla battigia, arrivano le segnalazioni di mare sporco sulle coste calabresi. In particolare sul Tirreno cosentino, dove i turisti restano increduli e i residenti abbassano lo sguardo con un misto di rabbia e vergogna. Eppure, la causa non è un mistero. Non è la corrente marina, non è un capriccio della natura: è colpa nostra. O meglio, delle nostre inefficienze, delle omissioni, dei controlli mancati.
L’ultimo caso? A Fuscaldo, dove la Procura di Paola – con in prima linea il procuratore Pierpaolo Bruni – ha sequestrato il depuratore comunale. I numeri parlano chiaro: laddove la soglia massima consentita per determinati scarichi è di 5mila, sono stati registrati valori fino a 65mila. Un dato che non ha bisogno di interpretazioni.
Ma il peggio è che quei liquami non venivano nemmeno trattati. Un foro nella conduttura permetteva lo sversamento diretto nel torrente Maddalena, e da lì nel nostro mare, quello stesso mare che per molti è ancora simbolo di bellezza, di ritorno alle origini, di infanzia felice.
Oltre ai valori fuori norma, l’impianto era anche tecnicamente inadeguato: niente grigliatura per i detriti solidi, sistema di disoleatura inefficace, odori nauseabondi segnalati da mesi dai residenti. Le istituzioni locali sono state sorde alle lamentele dei cittadini, ma non la Procura.
L’intervento, frutto di un’azione congiunta con Capitaneria, carabinieri e polizia giudiziaria, è un segnale forte. È una risposta concreta a chi chiede giustizia ambientale. Ma da sola non basta. Serve una visione, una strategia, una responsabilità politica e amministrativa.
Perché ogni volta che ci affacciamo sul nostro splendido mare e lo vediamo offeso da quelle macchie marroni, non possiamo più chiederci “come sia possibile”. Ora lo sappiamo. E non abbiamo più scuse.



