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Sgombero Leoncavallo, Piantedosi: “Ora tocca a CasaPound”. Scontro politico e polemiche infuocate

Il centro sociale Leoncavallo di Milano, storico punto di riferimento dei movimenti antagonisti, è stato sgomberato a sorpresa per decisione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Un’operazione che ha immediatamente acceso lo scontro politico: per la destra si tratta della “liberazione di una città ostaggio dell’illegalità”, mentre per la sinistra è stata “una ferita alla storia di Milano”.

Il Comune stesso è stato colto di sorpresa, mentre dal Viminale fanno sapere che lo sfratto non era più rinviabile, anche per i costi già sostenuti: “Abbiamo dovuto risarcire 3,3 milioni di euro per i ritardi accumulati”, ha ricordato Piantedosi.

CasaPound nel mirino del Viminale

Dal palco del Meeting di Rimini, il ministro ha voluto chiarire che anche la sede romana di CasaPound in via Napoleone III rientra tra gli immobili destinati allo sgombero. “Da prefetto di Roma fui io a inserirlo nell’elenco – ha detto – e prima o poi arriverà il suo turno”.

Una dichiarazione che riapre un vecchio nodo politico, spesso rimasto sospeso tra promesse e rinvii.

Giuli e le polemiche: “Eliminare spazi di illegalità”

Ad alimentare la tensione sono arrivate anche le parole del ministro della Cultura Alessandro Giuli, che aveva parlato della necessità di “eliminare gli spazi di illegalità”, precisando però che CasaPound avrebbe potuto evitare lo sgombero se si fosse “allineata ai criteri di legalità”.

Un’uscita che ha spinto Laura Boldrini (Pd) a replicare con fermezza: “L’unico sgombero da fare subito è quello di via Napoleone III a Roma”.

Il futuro del Leoncavallo

Mentre la politica si divide, i riflettori restano puntati sul destino del Leoncavallo. L’ipotesi più concreta è un trasferimento in periferia, nell’area di Porto di Mare, con una nuova sede prevista per la prossima primavera. Perché ciò avvenga, però, serviranno almeno 300 mila euro per i lavori di riqualificazione.