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Aumenta il consumo di farmaci tra gli anziani: i rischi della politerapia cronica in Italia

Il consumo di farmaci in Italia continua a evidenziare una stretta correlazione con l’invecchiamento della popolazione.

Stando al Rapporto OsMed 2024 sull’uso dei medicinali, pubblicato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), emerge un quadro che solleva preoccupazioni riguardo la gestione delle terapie negli anziani, in particolare per la diffusione della politerapia.

Prescrizioni e spesa: i numeri degli over 65

Quasi la totalità della popolazione anziana ha ricevuto almeno una prescrizione farmacologica nel corso del 2024, con una percentuale che tocca il 97,4%. In media, ogni paziente assume oltre 3,4 dosi giornaliere. L’incremento nell’uso dei medicinali si riflette anche nella spesa: la spesa media annua per utilizzatore nella fascia over 65 è pari a 570,2 euro, in crescita dell’1,2% rispetto al 2023. Si evidenzia una differenza di genere, con una spesa media di 621,6 euro per gli uomini e 529,5 euro per le donne.

Un dato particolarmente significativo riguarda il numero di principi attivi assunti: il 68,1% degli over 65 ha ricevuto prescrizioni per almeno cinque sostanze differenti, e quasi uno su tre (28,3%) arriva a dieci farmaci diversi al giorno.

Politerapia cronica: una criticità strutturale

Il fenomeno dell’assunzione contemporanea di numerosi farmaci, definito politerapia, comporta maggiori rischi di interazioni, errori terapeutici e, paradossalmente, di abbandono delle cure.

Il Rapporto OsMed focalizza l’attenzione sulla politerapia cronica, definita come l’assunzione di almeno cinque farmaci per sei mesi consecutivi nell’arco di un anno. Questa condizione interessa il 33,1% della popolazione anziana, un dato che sale drasticamente al 43,7% tra gli 85 e gli 89 anni, arrivando a coinvolgere quasi un anziano su due in questa fascia d’età.

L’Aifa sottolinea che “Più farmaci, più dosi, più occasioni di errore e di abbandono”. La scarsa aderenza terapeutica è, infatti, indicata come la principale causa di inefficacia delle terapie, specialmente in ambito cronico. Livelli insufficienti di aderenza e persistenza causano un aumento di ricoveri, morbilità e mortalità, con un impatto rilevante anche sul Servizio Sanitario Nazionale.

Aderenza terapeutica: le differenze tra categorie di farmaci

L’aderenza varia in modo significativo a seconda della categoria terapeutica. Le criticità maggiori si riscontrano per i farmaci contro i disturbi ostruttivi delle vie respiratorie, dove oltre la metà dei pazienti (52,2%) presenta bassa aderenza, seguiti dagli antidepressivi (28,1%) e dai farmaci antidiabetici (22,6%).

Al contrario, i pazienti mostrano maggiore aderenza e costanza per:

  • Osteoporosi: 68,7% di aderenza alta.
  • Ipertrofia prostatica benigna: 64,9%.
  • Antiaggreganti: 61,8%.
  • Anticoagulanti: 53,2%.
  • Antipertensivi: 52,6%.

Persistenza delle terapie e fattori di rischio

Riguardo la persistenza (la continuità del trattamento nel tempo), poco più della metà dei pazienti risulta ancora in terapia dopo dodici mesi. Sebbene gli anticoagulanti registrino il valore più alto (66,6%), desta particolare preoccupazione il dato per i farmaci destinati ad asma e BPCO, dove il 50% dei pazienti interrompe la terapia dopo soli 36 giorni.

Il Rapporto evidenzia anche differenze legate a fattori socio-demografici:

  • Le donne risultano generalmente meno aderenti e persistenti rispetto agli uomini.
  • Le Regioni del Sud presentano livelli più bassi di aderenza e continuità terapeutica rispetto al resto d’Italia.

Il quadro delineato dall’Aifa non solo evidenzia un problema sanitario, ma anche culturale, nella gestione delle cure tra gli anziani. La difficoltà di seguire correttamente le terapie, unita al numero crescente di farmaci, rischia di compromettere la qualità della vita e aumentare i costi sanitari.

Per affrontare la situazione, il Rapporto OsMed incoraggia il monitoraggio delle prescrizioni, la semplificazione dei trattamenti e il rafforzamento delle campagne di educazione sanitaria, specialmente per gli over 75, al fine di ridurre i rischi legati alla politerapia cronica.