Le luci delle feste si spengono, i presepi tornano negli scatoloni e la Calabria, ancora una volta, saluta i suoi figli. È il 3 gennaio e nelle stazioni ferroviarie e negli aeroporti regionali si respira un’atmosfera sospesa, fatta di valigie trascinate in silenzio, abbracci lunghi e sguardi che cercano di trattenere il tempo.
Il grande esodo verso il domani
Da tutta la regione partenze a raffica verso Milano, Torino, Bologna, Verona. Treni affollati, voli sold out. Non sono turisti, ma calabresi che rientrano al Nord, dove li aspettano un lavoro, un contratto, una stabilità che qui, troppo spesso, resta un miraggio.
Una parentesi di calore e promesse
Le feste sono state una parentesi breve ma intensa: il ritorno a casa, i pranzi in famiglia, le risate attorno al tavolo, il profumo delle tradizioni. Poi, puntuale, arriva il momento più difficile. Quello dei saluti. Quello delle promesse – “torno presto”, “questa volta per sempre” – che si ripetono ogni anno, uguali e sempre più stanche.
Il peso di un biglietto necessario
Le partenze sono amare perché non sono scelte leggere. Sono necessità. Dietro ogni biglietto c’è una storia di sacrifici, di competenze che trovano spazio altrove, di sogni che la Calabria non è riuscita ancora a trattenere. Giovani, ma anche adulti, padri e madri che lasciano genitori anziani, figli che crescono lontani dai nonni, affetti messi in pausa.
L’attesa di un ritorno vero
E mentre i binari si svuotano e i gate si chiudono, resta una domanda che pesa più delle valigie: fino a quando questa terra continuerà a essere solo un luogo da cui partire? La Calabria saluta, resiste, aspetta. Aspetta il giorno in cui le sue stazioni saranno piene non di addii, ma di ritorni definitivi.



