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La protesta per la sanità calabrese arriva a Roma: “I medici cubani non si toccano”

Davanti alla maestosità del Colosseo, simbolo universale della Capitale, sabato mattina l’attenzione dei passanti è stata catturata da un lungo striscione bianco.

La scritta, netta e priva di ambiguità, recitava: “I medici cubani in Calabria non si toccano!”. L’iniziativa è stata portata avanti dagli attivisti della Rete dei Comunisti, che hanno scelto la cornice dell’Anfiteatro Flavio per garantire la massima risonanza mediatica a una questione che, partita dal Sud Italia, ha ormai assunto una rilevanza politica nazionale.

La manifestazione si è svolta in forma statica e senza tensioni, trasformando per alcune ore uno dei luoghi più visitati al mondo in un palcoscenico di rivendicazione sanitaria e politica. L’immagine dei militanti schierati sotto il sole romano punta a scuotere l’opinione pubblica su un tema che intreccia il diritto alla salute con la cooperazione internazionale.

Le origini dell’accordo tra Catanzaro e l’Avana

La vicenda affonda le radici nell’estate del 2022, quando la Regione Calabria ha siglato un’intesa con la società statale cubana per l’invio di professionisti sanitari. Una decisione nata per rispondere alla drammatica carenza di personale che affligge i reparti calabresi, portando sul territorio centinaia di medici destinati soprattutto ai pronto soccorso e alle aree più critiche.

Il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, ha più volte difeso la scelta descrivendola come una necessità impellente. In merito all’intesa, il governatore ha dichiarato che si tratta di “una misura straordinaria per evitare la chiusura di reparti e garantire l’assistenza”, sottolineando come l’obiettivo primario fosse quello di tamponare un’emergenza strutturale nell’attesa che i concorsi e le nuove assunzioni potessero stabilizzare la pianta organica del sistema sanitario regionale.

La posizione della Rete dei Comunisti e il dibattito pubblico

Per gli attivisti della Rete dei Comunisti, la presenza dei camici bianchi d’oltreoceano rappresenta un baluardo da difendere contro lo smantellamento dei servizi essenziali. Attraverso un comunicato diffuso durante il presidio, l’organizzazione ha invocato la “difesa della sanità pubblica e della cooperazione internazionale”, evidenziando come l’apporto dei medici cubani sia stato determinante per mantenere aperti i presidi ospedalieri e coprire i turni in territori altrimenti sguarniti.

Nonostante l’efficacia immediata nel garantire i servizi, il dibattito resta acceso. Se da un lato l’esperienza calabrese viene vista come un modello pragmatico di mutuo soccorso tra Stati, dall’altro non mancano le critiche di chi ritiene che tali soluzioni non possano sostituire le riforme strutturali necessarie a lungo termine.

La sfida resta quella di superare la stagione dei commissariamenti e dei piani di rientro, garantendo un futuro stabile a una sanità che attualmente conta circa 500.000 unità di personale in meno rispetto ai fabbisogni ottimali a livello nazionale, rendendo il contributo dei medici stranieri un tassello ancora imprescindibile.