Si può essere profondamente distanti dal modo di fare informazione di un collega. Si può essere in disaccordo, quasi sempre, con le sue tesi, con il suo stile o con i suoi attacchi frontali. Ma c’è un limite che, una volta valicato, trasforma il dissenso editoriale in una battaglia di civiltà giuridica: quel limite è la tutela della libertà di espressione.
Quanto accaduto a Iacchitè, colpito da un provvedimento di sequestro preventivo dal Tribunale di Cosenza, presenta tratti inquietanti. Non è un caso se l’Italia ha perso posizioni nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, scivolando al 49° posto; episodi come questo spiegano bene il senso di tale declino.
Il nodo giuridico: il declassamento da Giornale a Blog
La vicenda sembra ruotare attorno a una decisione del 2024: la cancellazione della testata dal registro della stampa. Da quel momento, per l’autorità giudiziaria, Iacchitè non è più un giornale online protetto dalle garanzie costituzionali, ma un semplice blog.
Questa distinzione tecnica ha aperto la strada al sequestro preventivo del sito, una misura che la Cassazione ha storicamente limitato alla sola stampa regolarmente registrata o a casi estremamente specifici. Sottrarre le tutele giornalistiche a una voce pubblica, al di là di come la si pensi sui suoi contenuti, rappresenta un precedente pericoloso che rischia di imbavagliare il pensiero critico in tutto il Paese. Sarà poi il tempo, o eventualmente un processo, a stabilire il confine tra diritto di cronaca e diffamazione, ma il mezzo non andrebbe mai silenziato a priori.
Oltre il sequestro: la libertà di scelta del lettore
C’è un aspetto fondamentale che spesso viene ignorato in queste vicende giudiziarie: il diritto del cittadino di scegliere. Ognuno deve essere libero di leggere o non leggere un giornale. Non c’è alcun bisogno che sia un tribunale a decidere cosa debba sparire dal web per “proteggere” il pubblico.
Oscurare un sito non è solo un atto censorio, ma è una scelta che mortifica l’intelligenza umana. Si presuppone che il lettore non sia capace di discernere, di criticare o di abbandonare una lettura che non gradisce. La democrazia si nutre di pluralismo, non di schermi neri imposti d’autorità.
Le accuse e l’ondata di solidarietà
Dalla lettura delle cronache, emergono accuse che vanno dalla diffamazione fino allo stalking. L’applicazione di tale reato all’attività giornalistica appare come una forzatura che potrebbe spaventare chiunque provi a denunciare dinamiche opache.
Nonostante la durezza del provvedimento, che ormai da giorni ha silenziato il sito, la rete non è rimasta a guardare. In questo lasso di tempo sono stati tantissimi i messaggi di solidarietà che hanno affollato il web, provenienti da colleghi, attivisti e semplici cittadini. Un coro unanime che riconosce nel sequestro di Iacchitè non solo un attacco a una singola testata, ma un segnale d’allarme per l’intera libera informazione.
Uno strapotere che ferisce il diritto all’informazione
Mentre i grandi network denunciano l’esistenza di siti che truffano apertamente i cittadini restando indisturbati online per mesi, in Calabria, a Cosenza si è scelta la linea durissima contro una realtà locale che, nel bene o nel male, è seguita quotidianamente da tantissime persone.
Questa disparità di trattamento è il sinonimo (forse) di un potere troppo vasto nelle mani dei magistrati, capace di spegnere una voce (a volte troppo) “critica” con un colpo di penna. Gabriele Carchidi si trova oggi ad affrontare una situazione complessa che mette a dura prova la resistenza di chiunque si esponga pubblicamente; resta il fatto che, con questo provvedimento, è stata inflitta una ferita profonda alla possibilità per il cittadino di accedere liberamente a una fonte e maturare un proprio, autonomo giudizio sui fatti. Un arbitrio giudiziario che incrina le basi del libero pensiero in una democrazia.



