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La Calabria nel mirino di Washington: il caso dei medici cubani diventa un affare di Stato

Quello che era nato come un piano d’emergenza per tappare i buchi di un sistema sanitario in ginocchio sta scivolando rapidamente verso un delicato caso diplomatico internazionale.

I 320 medici cubani che prestano servizio nelle corsie degli ospedali calabresi sono oggi al centro di un braccio di ferro tra Washington e L’Avana, con il governo statunitense pronto a colpire i programmi di esportazione professionale della “Isla” attraverso sanzioni e pressioni sui governi alleati.

La geografia del personale cubano negli ospedali regionali

La presenza dei professionisti caraibici non è più una misura temporanea, ma una colonna portante della rete ospedaliera. Secondo i dati ufficiali forniti dalla Regione Calabria, la distribuzione dei 320 medici attualmente in servizio vede l’Asp di Cosenza come il principale hub di impiego con 116 unità. Seguono Reggio Calabria con 62 medici, Catanzaro con 45, Crotone con 39 e Vibo Valentia con 30.

A questi numeri si sommano le unità operative nelle grandi aziende ospedaliere: 20 professionisti sono in forza all’Annunziata di Cosenza, 5 al Dulbecco di Catanzaro e 3 al Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria. Sebbene il picco massimo sia sceso rispetto alle 403 unità iniziali, il contributo di questi medici resta vitale per garantire l’apertura dei reparti e i turni di pronto soccorso.

L’offensiva di Washington e il nodo delle sanzioni

Il cambiamento di scenario arriva dagli Stati Uniti. L’amministrazione guidata da Donald Trump, con il Segretario di Stato Marco Rubio, ha intensificato la campagna contro le brigate mediche cubane, descritte come una fonte di finanziamento illecito per il governo di Cuba e, in alcuni casi, come una forma di sfruttamento lavorativo.

Nell’agosto 2025, Washington ha annunciato restrizioni sui visti per i funzionari dei Paesi che collaborano con il sistema di invio dell’Avana. Una normativa recente permette inoltre agli Stati Uniti di applicare sanzioni dirette alle nazioni che continuano a impiegare questo personale. Molti Paesi, dal Guatemala alla Guyana, hanno già iniziato a smantellare gli accordi per timore di ritorsioni economiche da parte degli USA.

La strategia di diversificazione della Regione Calabria

Il governatore Roberto Occhiuto, pur ribadendo l’importanza dei medici stranieri per il diritto alle cure dei calabresi, ha dovuto avviare una manovra di diversificazione dopo i colloqui con l’ambasciatore statunitense Mike Hammer e i rappresentanti del Dipartimento di Stato. Se l’obiettivo iniziale era di raggiungere le 1.000 unità cubane entro il 2026, la Regione ha ora aperto un bando di manifestazione d’interesse rivolto a medici sia comunitari che extracomunitari non legati alle missioni governative dell’Avana.

L’obiettivo è mantenere la forza lavoro necessaria ma ridurre la dipendenza esclusiva dall’accordo con Cuba, cercando di sottrarre la sanità calabrese al fuoco incrociato della diplomazia internazionale.

Tra accuse di sfruttamento e necessità strategica

Il dibattito resta acceso anche sul piano dei diritti umani. Se da un lato l’ONU e alcuni medici dissidenti denunciano condizioni di controllo stretto e trattenute eccessive sugli stipendi da parte del governo cubano, dall’altro esperti come Stephanie Panichelli-Batalla sottolineano la complessità del fenomeno: per molti medici, la missione in Calabria rappresenta comunque un’opportunità di guadagno superiore a quella interna e una via per migliorare le condizioni di vita delle proprie famiglie.

Per la Calabria, tuttavia, la questione è drammaticamente pragmatica. Se la pressione americana dovesse costringere a una brusca interruzione dei contratti, la regione si troverebbe a gestire un vuoto d’organico che non può colmare nel breve periodo, mettendo a rischio la continuità assistenziale in territori già provati da anni di commissariamento e carenze strutturali.