Il nuovo decreto Sicurezza finisce sotto i riflettori a causa di una norma che introduce un meccanismo di compenso economico per gli avvocati impegnati nella gestione dei rimpatri volontari dei migranti. Il provvedimento prevede l’erogazione di una somma pari a circa 615 euro per ogni cittadino straniero che, assistito legalmente, scelga di aderire ai programmi di rientro assistito nel proprio Paese d’origine.
Tale incentivo, finanziato tramite risorse pubbliche, verrebbe corrisposto esclusivamente al momento dell’effettiva partenza dell’interessato. La misura si inserisce in un quadro di modifiche alla normativa sull’immigrazione che sta sollevando forti dubbi in merito alla tenuta delle garanzie legali nei procedimenti di espulsione.
Le perplessità del Consiglio nazionale forense e la reazione delle opposizioni
Un punto cruciale della controversia riguarda il ruolo attribuito dal decreto al Consiglio nazionale forense. L’ente è indicato come soggetto collaboratore nella gestione dei programmi di rimpatrio, ma la stessa istituzione ha prontamente smentito ogni coinvolgimento preventivo. Il Cnf ha chiarito di non aver ricevuto alcuna comunicazione durante l’iter legislativo e ha chiesto formalmente che ogni riferimento al proprio contributo venga rimosso dal testo del decreto.
Sul fronte politico, i partiti di opposizione hanno definito il provvedimento una norma inaccettabile che rischia di snaturare la funzione sociale e deontologica dell’avvocatura. Le critiche vertono sulla preoccupazione che l’assistenza legale possa essere condizionata da un sistema di incentivi economici, alterando l’indipendenza della difesa nei confronti dei cittadini stranieri.
I rischi di uno scontro istituzionale a ridosso della scadenza
Con l’iter parlamentare ormai prossimo alla conclusione, i margini per apportare correzioni al testo appaiono estremamente ridotti. La pressione esercitata dalle associazioni forensi e dalle forze politiche contrarie alla misura sta alimentando un clima di forte tensione. Mentre i tempi stringono per la conversione definitiva del decreto, la richiesta di una revisione complessiva della norma rimane il punto centrale di uno scontro che coinvolge sia le aule parlamentari che gli organismi professionali di categoria.



