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L’esodo dei laureati calabresi tra bassi salari e scarsa occupazione

La Calabria si trova ad affrontare una crisi demografica e professionale senza precedenti, caratterizzata da una contraddizione profonda: se da un lato le università locali dimostrano una crescente capacità di attrarre e trattenere gli studenti, dall’altro il mercato del lavoro regionale non riesce a offrire sbocchi adeguati.

Secondo le recenti analisi condotte sui dati Istat, Svimez e Almalaurea, il territorio ha subito una emorragia costante di capitale umano. Dal 2005 a oggi, la regione ha perso quasi 100.000 giovani nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 34 anni. Il peso demografico di questa categoria è crollato drasticamente, passando dal 15% a meno dell’11% della popolazione complessiva.

Questo fenomeno si manifesta con particolare vigore nonostante il calo della migrazione universitaria, scesa di dieci punti percentuali in soli due anni. I giovani calabresi scelgono di formarsi presso gli atenei del territorio, ma sono poi costretti ad allontanarsi una volta conseguito il titolo. I dati Svimez confermano che solo il 59,2% dei neolaureati rimane nell’area del Mezzogiorno, mentre una quota significativa, pari al 21,8%, si trasferisce stabilmente verso le regioni del Centro-Nord per trovare un’occupazione che rispecchi le proprie competenze.

Divario salariale e precarietà strutturale

Oltre alla difficoltà nel reperire un impiego, i laureati calabresi devono fare i conti con livelli retributivi tra i più bassi del Paese. Con una media di 1.559 euro mensili netti, la Calabria si posiziona al quartultimo posto nella classifica nazionale degli stipendi, superando solo Sicilia, Basilicata e Molise. Il confronto con le regioni settentrionali evidenzia una forbice economica marcata: in Veneto e Trentino-Alto Adige la retribuzione media sfiora i 1.793 euro, superando di oltre 200 euro il valore calabrese e distanziandosi sensibilmente dalla media nazionale di 1.654 euro.

La mancanza di sicurezza lavorativa e il potere d’acquisto ridotto agiscono come fattori di espulsione per le nuove generazioni. La resilienza citata in occasione delle celebrazioni del Primo Maggio si scontra con una realtà in cui un giovane su due non risulta occupato o ha rinunciato alla ricerca attiva di un posto. Questo scenario delinea un quadro di emergenza per il futuro produttivo della regione, dove il calo della migrazione studentesca non basta a compensare la fuga di professionisti già qualificati verso mercati del lavoro più dinamici e remunerativi.