di Massimo Mastruzzo*
Sembra un paradosso, ma è la fotografia sempre più nitida della sanità italiana: mentre la Lombardia teme di chiudere l’anno con un disavanzo nei conti della sanità, continua a essere la principale beneficiaria di quel sistema di mobilità sanitaria che da anni trasferisce miliardi di euro dal Sud al Nord del Paese.
Ed è proprio qui che si consuma la contraddizione politica dello scontro sul riparto del Fondo sanitario nazionale.
Da una parte, il presidente lombardo Attilio Fontana si oppone alla battaglia portata avanti dai governatori del Centro-Sud, che chiedono nuovi criteri di distribuzione delle risorse capaci di tenere conto non solo della popolazione residente e dell’età anagrafica, ma anche delle difficoltà strutturali delle regioni a bassa densità demografica, con maggiori fragilità sociali e soprattutto con altissimi livelli di migrazione sanitaria passiva.
Dall’altra parte ci sono regioni che da anni vedono partire i propri cittadini per curarsi altrove e che, insieme ai pazienti, vedono partire anche enormi quote di finanziamento pubblico.
La posizione lombarda viene giustificata con la necessità di difendere un sistema sanitario efficiente che oggi regge una parte importante della domanda nazionale di cure. Ma questa lettura omette un elemento decisivo: la Lombardia non sostiene soltanto costi elevati, incassa anche risorse enormi proprio grazie alla mobilità sanitaria proveniente soprattutto dal Mezzogiorno.
Secondo i dati della Fondazione GIMBE, la mobilità sanitaria interregionale ha superato i 5 miliardi di euro nel 2022. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto concentrano la quasi totalità del saldo attivo nazionale, mentre Calabria, Campania, Sicilia, Puglia e Abruzzo registrano i disavanzi più pesanti. Regioni che ogni anno trasferiscono centinaia di milioni di euro ai sistemi sanitari del Nord per pagare le cure erogate ai propri cittadini fuori regione.
È qui che il dibattito smette di essere tecnico e diventa profondamente politico.
Perché difendere l’attuale modello di riparto significa, di fatto, difendere uno status quo che continua ad alimentare il divario territoriale. Significa mantenere in vita un meccanismo nel quale le regioni più forti si rafforzano ulteriormente grazie ai pazienti — e alle risorse economiche — provenienti dalle regioni più deboli.
È il circuito perfetto della diseguaglianza.
Le regioni del Sud, già segnate da anni di commissariamenti, tagli e piani di rientro, faticano a investire in personale, tecnologie e strutture. La qualità dei servizi peggiora o resta insufficiente. I cittadini sono costretti a partire. Ma ogni cittadino che parte porta con sé finanziamenti pubblici che finiscono nei bilanci delle regioni più attrattive. Così il Nord continua a crescere, mentre il Sud perde contemporaneamente risorse economiche, fiducia e capacità di rilancio.
Il cane continua a mordersi la coda.
Eppure la Costituzione italiana dice altro.
L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo. Non come privilegio territoriale. E l’articolo 3 impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che producono diseguaglianze sostanziali tra cittadini.
Ma oggi il diritto alla salute cambia radicalmente a seconda del luogo in cui si nasce.
Chi vive nelle regioni economicamente più forti può accedere più facilmente a cure specialistiche, tempi d’attesa più contenuti e strutture più attrezzate. Chi nasce in molte aree del Mezzogiorno spesso deve affrontare liste d’attesa infinite o la scelta obbligata di partire per ricevere cure adeguate.
*Direttivo Nazionale MET Movimento Equità Territoriale



