La parabola dell’Alta Velocità ferroviaria in Calabria sembra essere giunta al suo definitivo e più amaro epilogo. Quello che per mesi è stato presentato come un progetto strategico di modernizzazione si è trasformato in un percorso di progressivo svuotamento economico, culminato nella certezza che l’infrastruttura non vedrà la luce nella regione. Un esito che evidenzia la distanza tra le dichiarazioni programmatiche e lo stato reale degli investimenti.
Le tappe del definanziamento e il nodo di Tarsia
La fine del progetto non giunge in modo improvviso, ma rappresenta il culmine di una serie di provvedimenti che nel tempo hanno ridotto drasticamente le risorse disponibili. Il percorso era iniziato con investimenti significativi, tra cui milioni di euro impiegati solo per lo studio di fattibilità relativo al tracciato passante per il nodo di Tarsia.
Successivamente, il quadro finanziario ha subito un progressivo deterioramento attraverso due interventi principali. In primo luogo, si è registrata la revoca di 9,4 miliardi di euro dai progetti strategici e prioritari originariamente inseriti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e nel Piano Nazionale Complementare (Pnc), fondi inizialmente destinati proprio alla modernizzazione dei binari. A questo primo ridimensionamento è seguito un ulteriore taglio di 3,5 miliardi di euro a valere sui fondi di coesione sociale, che erano stati previsti per l’adeguamento generale delle infrastrutture in Calabria e in Sicilia.
Il confronto politico e il ruolo dei governi
L’esito della vicenda solleva forti interrogativi sull’efficacia delle relazioni tra l’amministrazione regionale e il Governo centrale, una convergenza politica che era stata spesso indicata come una garanzia per lo sviluppo del territorio. Al contrario, le scelte dell’esecutivo nazionale, caratterizzato da una forte spinta verso il progetto dell’autonomia differenziata, sembrano aver penalizzato il diritto alla mobilità delle aree meridionali.
La consigliera regionale del Partito Democratico in Calabria ha espresso una dura condanna sul modo in cui è stata gestita l’intera vicenda, sottolineando la discrepanza tra la narrazione ufficiale e i fatti concreti:
«Siamo al capolinea delle promesse lusinghiere e delle illusioni. Nelle ultime ore abbiamo appreamo che l’Alta Velocità non arriva in Calabria, ma prima di diffondere una notizia che non poteva più essere tenuta nascosta c’è stato un lento percorso di agonia fatto di definanziamenti e dirottamento di fondi su altre opere che ha portato al triste epilogo. Un finale tutt’altro che inaspettato figlio di tutta una serie di passaggi che non potevano far presagire ad una conclusione diversa».
La critica si estende anche alle dinamiche politiche che hanno portato a questo scenario, mettendo in discussione la reale capacità di tutela degli interessi regionali da parte dei rappresentanti locali nei confronti delle decisioni romane:
«A niente è valsa la filiera istituzionale, agitata come vessillo su ogni palco e in ogni occasione, tra Governo regionale e quello Centrale. D’altronde, non stupisce che un governo a trazione leghista che punta dritto, e senza fermate intermedie, all’autonomia differenziata si ‘dimentichi’ del diritto alla mobilità della Calabria e dei Calabresi».
Secondo l’esponente dell’opposizione, la decisione rappresenta la pietra tombale sull’opera, avallata dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni in piena sintonia con i vertici della Regione Calabria. Per determinare una svolta nel futuro infrastrutturale del territorio, diventa quindi indispensabile un cambio di rotta che metta da parte la retorica per affrontare la realtà dei dati di fatto.



