Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ha espresso profondo cordoglio per la scomparsa di Denise Cosco. La giovane donna è deceduta in ospedale quattro giorni dopo essersi lanciata da una finestra domenica 6 settembre. Una conclusione drammatica che richiede profondo rispetto e massima cautela nella ricostruzione delle motivazioni personali, evitando interpretazioni affrettate sul piano giudiziario o psicologico.
La sua storia unisce territori geograficamente e culturalmente distanti. Le radici familiari risalgono a Petilia Policastro, nel Crotonese, mentre Milano rappresenta il luogo in cui, il 24 novembre 2009, la madre Lea Garofalo venne uccisa dopo essere stata attirata in un trabocchetto dall’ex compagno Carlo Cosco. La vicenda processuale scaturita dal delitto ha evidenziato con chiarezza come la ‘ndrangheta sia in grado di estendere i propri interessi e la propria rete di relazioni ben al di fuori dei confini calabresi.
Il coraggio della testimonianza e la vita sotto protezione
Denise era ancora molto giovane quando si è trovata improvvisamente al centro di una dolorosa frattura familiare e criminale. La sua determinazione e la sua testimonianza diretta sono risultate decisive per accertare le responsabilità penali dell’omicidio materno, portando alla condanna definitiva di Carlo Cosco e degli altri complici. Per la ragazza si sono poi aperti anni complessi caratterizzati dal programma di protezione, dall’assegnazione di una nuova identità e dalla necessità di rifarsi una vita lontano da ogni affetto originario.
Questa fase esistenziale sollecita oggi una riflessione profonda. L’opinione pubblica focalizza spesso l’attenzione sulle fasi della denuncia, sul dibattimento e sulle sentenze di condanna, lasciando nell’ombra ciò che accade in seguito a chi compie scelte così radicali. La sicurezza personale, l’inserimento lavorativo, l’autonomia economica e la costruzione di nuove relazioni sociali costituiscono aspetti cruciali di un percorso d’integrazione che non si esaurisce affatto con l’ultimo grado di giudizio.
Un nuovo approccio didattico all’educazione alla legalità
La tragedia non permette di stabilire correlazioni dirette e automatiche tra il suicidio e le pregresse vicende personali. Ciononostante, il caso pone interrogativi precisi sull’efficacia dell’accompagnamento riservato a chi sceglie di collaborare con lo Stato per contrastare la criminalità organizzata. In questa prospettiva, la scuola risponde di una responsabilità educativa centrale per trasmettere il valore di tali scelte alle nuove generazioni.
La vicenda di Lea Garofalo e Denise Cosco deve superare la sola dimensione commemorativa all’interno dei percorsi scolastici. Dalla Calabria alla Lombardia, il loro vissuto consente agli studenti di comprendere l’impatto trasversale dei fenomeni mafiosi sui contesti familiari, sulla libertà individuale e sul tessuto economico. Educare alla legalità significa spiegare che sottrarsi ai contesti criminali comporta una radicale ridefinizione della vita e che le istituzioni sono chiamate a garantire continuità e vicinanza nel tempo.
La scuola ha il compito di guidare gli alunni attraverso una lettura complessa dei fatti, superando sia le celebrazioni eroiche sia le narrazioni puramente vittimistiche. La storia di Denise impone una domanda cruciale sulla capacità della società civile di offrire uno spazio concreto e sicuro a chi decide di spezzare i legami criminali per ricostruire il proprio futuro.



