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Sanità, il report Gimbe: liste d’attesa lunghe e cure negate. Calabria maglia nera

Un quadro clinico che non lascia spazio all’ottimismo e che conferma le quotidiane difficoltà dei cittadini calabresi nell’accedere alle cure primarie. La Calabria entra di diritto nel gruppo delle sei regioni italiane che registrano un netto peggioramento nella gestione delle liste d’attesa sanitarie, affiancandosi a Campania, Lazio, Molise, Sicilia e Toscana.

L’ultimo report indipendente stilato dalla Fondazione Gimbe evidenzia una flessione negativa sia nell’erogazione delle prime visite sia per quanto riguarda gli esami diagnostici. La lettura puramente numerica dei volumi rischia di nascondere le reali sofferenze del sistema sanitario locale.

Tra illusioni contabili e dati parziali

A livello nazionale si rileva un incremento formale delle prenotazioni monitorate, ma la realtà dei fatti narra una storia differente rispetto ai trionfalismi istituzionali. Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, ha espresso forte cautela nell’analizzare le cifre: “I nuovi dati Agenas sulle liste d’attesa mostrano alcuni segnali di miglioramento, ma il quadro resta critico: oltre 4 milioni di prenotazioni risultano ancora fuori tempo massimo. Inoltre, i dati non consentono di sapere quante prestazioni siano state effettivamente erogate entro i tempi, né di ricostruire l’attesa complessiva dei cittadini dalla prescrizione all’erogazione”.

Secondo quanto ribadito dal presidente Cartabellotta, i miglioramenti documentati vanno riconosciuti, ma non cancellano oltre 4 milioni di prenotazioni fuori tempo massimo. Interpretare l’aumento delle prenotazioni come il segno di una maggiore produttività restituisce ai cittadini un quadro più roseo di quello documentato dai dati.

Il nodo dei confronti regionali

Analizzare il posizionamento dei singoli territori richiede prudenza metodologica, soprattutto alla luce delle differenze gestionali nella classificazione delle prestazioni. “Senza distinguere per classe di priorità e singola prestazione, confrontare le percentuali complessive di prenotazioni entro i tempi rischia di premiare o penalizzare le Regioni”, ha evidenziato ancora il presidente Cartabellotta.

I valori aggregati possono risentire sia della diversa distribuzione delle priorità sia del mix delle prestazioni, non consentendo da soli di valutare l’efficacia delle politiche regionali. Dal cruscotto della piattaforma emerge un’enorme frammentazione nazionale, con la classe di priorità P per le prime visite che varia dal 4,1% della Toscana fino all’85,4% della Basilicata, a fronte di una media italiana del 34,9%.

Le emergenze trascurate e la rinuncia alle cure

La criticità tocca da vicino anche le prestazioni che dovrebbero garantire risposta immediata. A livello nazionale, circa una prenotazione urgente su cinque resta ampiamente fuori dai tempi stabiliti dalla legge: il 18,3% delle prime visite e il 22,7% degli esami diagnostici con priorità urgente (entro 3 giorni) supera il limite consentito. La situazione si fa ancora più complessa per esami cardine quali le colonscopie, dove il 30,7% delle richieste è fuori tempo, oltre alle visite dermatologiche e allergologiche che toccano il 30,1% di sforamento.

Il risultato di questo rallentamento strutturale trova immediato riscontro nei dati del Rapporto Bes dell’Istat: il 9,6% della popolazione italiana, pari a oltre 5,6 milioni di persone, ha dichiarato di aver rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria pur avendone strettamente bisogno. I tempi di attesa interminabili rappresentano la causa principale di questa rinuncia (6,5%), seguiti dall’impatto economico delle prestazioni private (5,2%).

Nonostante le criticità sul tracciamento ex post, la Fondazione Gimbe riconosce il valore degli strumenti di trasparenza adottati di recente. “Con la piattaforma sulle liste di attesa si è compiuto un passo avanti fondamentale per la trasparenza. Ma è necessario rendere disponibili dati in formato aperto riutilizzabili”, ha chiosato infine il presidente Cartabellotta.