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“Amare considerazioni di una docente neo-pensionata” (Lettera aperta)

Da qualche anno a questa parte stiamo assistendo a una progressiva perdita di reputazione e autorevolezza da parte della scuola e del corpo docente: sempre più spesso sentiamo di alunni e alunne che picchiano i professori e le professoresse, di genitori che contestano in maniera veemente le valutazioni, di docenti e dirigenti che stanno zitti e preferiscono accontentare le famiglie, pur di non avere alcun tipo di problema, a discapito del processo educativo e di responsabilizzazione dello studente e della studentessa e, tradendo così il proprio ruolo di educatore o educatrice.

Da neo – pensionata, oggi che un nuovo anno scolastico sta ripartendo, vorrei esporre qualche riflessione e aprire alla discussione.

Fare l’insegnante significa avere l’onore e l’onere di accompagnare gli alunni e le alunne nei momenti più delicati della loro vita: dall’infanzia all’adolescenza.

Fare l’insegnante significa accogliere le studentesse e gli studenti; accogliere le loro storie, i loro cambiamenti, le loro irrequietezze e tentare di trasmettere loro delle nozioni, sicuramente, e anche l’amore per lo studio.

La scuola non dà al corpo docente soddisfazioni economiche o di carriera, come accade nelle aziende, ma qualcosa di più importante: la soddisfazione di poter dare qualcosa alle nuove generazioni, di provare a far maturare nei ragazzi e nelle ragazze la voglia di costruire un mondo diverso, con le proprie mani e capacità.

È un ruolo difficile perché ci impone anche di decidere se quanto appreso o la condotta siano sufficienti o meno.

La promozione o la bocciatura sono sempre frutto di un’attenta osservazione, dell’impegno e della condotta dell’alunna o dell’alunno.

È talmente tanto importante che non è mai una decisione che viene presa da un singolo insegnante, ma riguarda tutti gli insegnanti della classe presieduti dal dirigente scolastico che, durante gli scrutini, in maniera collegiale, decidono cosa sia più opportuno fare.
E, quando si arriva alla bocciatura, posso assicurare che non lo si fa con leggerezza, ma per fondate ragioni. La bocciatura è, infatti, l’ultima ratio che viene adottata.

Questo perché – e, direi, grazie al cielo – la scuola sta via via perdendo i contorni del giudizio sulle nozioni e sta cercando sempre più di valorizzare le peculiarità dello studente e della studentessa. Non ho mai creduto che una scuola con un alto tasso di bocciature fosse migliore di un’altra con una percentuale inferiore, perché è come se un ospedale si vantasse del numero di morti piuttosto che del numero di persone guarite e tornate a casa.

La situazione che si è creata è figlia di alcuni dei “mali” del nostro tempo:
1. la compromissione dell’alleanza tra la scuola e la famiglia;
2. la mancanza di riconoscimento dei differenti ruoli che si hanno all’interno di un processo educativo;
3. la perdita di credibilità del corpo docente, che preferisce “stare tranquillo” piuttosto che assolvere al proprio compito;
4. l’ingresso di persone che vedono nella scuola solo un posto fisso (“pagato poco, ma almeno sicuro”);
5. dulcis in fundo, l’abbassamento del livello culturale della nostra società, di cui è colpevole il progressivo svuotamento e l’inesistente investimento nella scuola pubblica. Un Paese che non investe nella scuola è un Paese destinato a morire, a non riconoscere l’importanza delle competenze, dei diritti civili, praticamente a non progredire.

Guardo a tutto ciò in maniera desolata e con il dolore di chi crede che insegnare sia una missione, oltre che un lavoro.

Spero che le cose possano cambiare e auguro a tutti i colleghi e le colleghe di iniziare a ricostruire la credibilità della Scuola.
Prof.ssa Maria Amelio