L’emergenza idrica non è più un problema confinato ai bollettini estivi o alle lamentele locali, ma si è trasformata in una crisi strutturale che sta stringendo nella morsa l’intero Sud Italia, dalla Calabria alla Sicilia, dalla Basilicata alla Puglia. La gravità della situazione è tale da aver costretto persino l’Acquedotto Pugliese a un raro e significativo gesto di riduzione dei flussi, un campanello d’allarme che non può essere ignorato.
Di fronte a un fenomeno che non conosce confini amministrativi e che è destinato a ridefinire il nostro futuro, urge abbandonare la logica dello sfogo populista e del “post acchiappa-like”.
Su questa necessità di una visione strategica e coraggiosa, interviene il Consigliere Regionale della Calabria, Orlandino Greco, con una riflessione che mette a nudo le responsabilità collettive e la complessità di una sfida epocale:
“L’acqua è la misura del nostro tempo.
Non è più un tema da relegare alle emergenze estive o ai titoli dei giornali: è lo specchio del cambiamento che stiamo vivendo, della fragilità dei nostri territori e, in fondo, anche della nostra responsabilità collettiva.
E per questo non possiamo permetterci di trasformare la crisi idrica in uno sfogo populista. Perché oggi l’acqua manca ovunque: dalla Calabria alla Sicilia, dalla Basilicata alla Puglia. È un problema che non conosce confini amministrativi, che attraversa tutto il Sud e che, a guardar bene i dati, riguarda ormai l’intero Paese. Non è un’esagerazione: basti pensare che perfino l’Acquedotto Pugliese ha dovuto ridurre il flusso dell’acqua corrente. Un gesto raro, che segnala quanto sia grave la situazione.
La crisi idrica è la sfida del terzo millennio. E un tema così grande non si affronta con la logica semplificata del “manca l’acqua, voglio l’acqua”.
Serve un metodo, non una lamentela.
Serve una visione, non un post acchiappa-like.
Serve un piano, non un’illusione.
Chi governa e chi rappresenta i cittadini ha il dovere di proporre soluzioni vere. Non è certo cambiando una tubatura che si porta l’acqua in un territorio intero. Quello è manutenzione ordinaria, e va fatta. Ma la risposta alla crisi idrica è molto più complessa: riguarda le reti, i bacini, la gestione delle risorse, il riuso, gli invasi, la tutela dei territori. Riguarda modelli di sviluppo, non semplici interventi spot.
E allora diciamolo con onestà:
chi promette soluzioni facili a problemi difficili, o è un genio assoluto… oppure è un impostore. E siccome di geni ne vedo pochi, il rischio è evidente.
Per questo abbiamo una responsabilità che va oltre il dibattito quotidiano.
Dobbiamo costruire una proposta politicamente che metta insieme realtà e coraggio, capace di tenere insieme scienza e buon senso, emergenza e pianificazione. Un discorso che colleghi la crisi idrica non solo al surriscaldamento globale, ma a tutto ciò che ne deriva: la desertificazione che avanza, la fragilità delle nostre infrastrutture, la gestione sostenibile delle risorse, il modello agricolo del futuro, la sicurezza dei territori e perfino la tenuta sociale delle comunità più esposte.
Non serve evocare paure: serve prendere decisioni. Non serve alimentare divisioni: serve riconoscersi nella stessa sfida.
Perché ciò che stiamo vivendo non è un semplice problema tecnico, ma una trasformazione epocale che richiede competenza, visione e la capacità collettiva di guardare oltre l’orizzonte immediato. Occorre avviare fin da subito gli investimenti necessari per ridurre le perdite in condotta: non è più accettabile che in alcune aree d’Italia, soprattutto al Sud, si registrino dispersioni idriche che arrivano al 60%. Serve inoltre costruire nuovi invasi, destinati non solo all’uso domestico, ma anche a quello agricolo e idroelettrico.
Dobbiamo comprendere tutti che l’acqua non è solo un servizio: è un diritto che richiede scelte, investimenti, serietà. È il punto da cui passa la dignità delle comunità e la credibilità di chi le guida.”



