Il gup del Tribunale di Cosenza, Letizia Benigno, ha emesso la sentenza di condanna nei confronti di Rosa Vespa, stabilendo una pena di cinque anni e quattro mesi di reclusione.
Il processo è stato celebrato con il rito abbreviato in merito al sequestro della piccola Sofia, la neonata sottratta dalla clinica Sacro Cuore la sera del 21 gennaio 2025. La decisione del giudice giunge a seguito della richiesta della Procura di Cosenza, rappresentata dal pubblico ministero Antonio Bruno Tridico, che aveva inizialmente sollecitato una condanna a otto anni di carcere. La bambina era stata fortunatamente rintracciata dalle forze dell’ordine poche ore dopo il prelievo dalla struttura sanitaria.
Le dichiarazioni pubbliche e la versione della donna
In una recente intervista televisiva rilasciata al programma Porta a Porta, Rosa Vespa ha offerto la propria versione dei fatti, tentando di dare una veste narrativa a un gesto per il quale, ancora oggi, non riesce a trovare una spiegazione razionale definitiva. Durante il colloquio, la donna ha descritto una condizione di profonda solitudine e una fragilità emotiva che l’avrebbe spinta verso un’azione definita come impulsiva e non pianificata. «Volevo solo stringere un bambino», ha affermato Rosa Vespa, aggiungendo inoltre: «Non volevo fare del male a nessuno».
Il contesto emotivo e il desiderio di maternità
Il racconto fornito pubblicamente si è soffermato in particolare sulla situazione personale e familiare vissuta nel periodo del reato. Vespa ha parlato di un desiderio di maternità estremamente forte, che avrebbe influenzato il suo stato psicologico fino a determinare l’evento del 21 gennaio. Nonostante il tentativo di contestualizzare il rapimento come frutto di un disagio interiore, la vicenda rimane oggetto di una significativa attenzione mediatica, segnata dal contrasto tra la ricostruzione soggettiva della donna e la gravità del reato accertato in sede giudiziaria.



