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Allerta Hantavirus: la carenza di test clinici e il rischio di trasmissioni asintomatiche

Mentre l’attenzione sanitaria internazionale resta alta per la diffusione dell’Hantavirus, emerge una problematica tecnica e burocratica che rischia di rallentare le operazioni di contenimento: la carenza di strumenti diagnostici ufficiali.

Se per alcuni ceppi del virus esistono kit certificati per l’uso clinico, per il virus Andes, protagonista dell’attuale allerta europea, la situazione è differente. La maggior parte dei test disponibili sul mercato è classificata come RUO (Research Use Only), ovvero utilizzabile esclusivamente per scopi di ricerca e non per diagnosi cliniche ufficiali. Questa condizione sta mettendo sotto pressione i laboratori regionali, chiamati a rispondere tempestivamente alle direttive del Ministero della Salute.

L’allarme del microbiologo sulla qualità dello screening

La necessità di disporre di strumenti sensibili e certificati è stata evidenziata da Francesco Broccolo, microbiologo clinico presso l’Università del Salento e responsabile del Policlinico “Vito Fazzi”. L’esperto ha spiegato come la fase attuale di screening attivo richieda un’estrema precisione diagnostica per identificare correttamente chiunque sia entrato in contatto con il virus.

“Siamo in fase di screening attivo, cioè stiamo intercettando le persone che sono entrate in contatto con casi confermati. Per questo è fondamentale avere test clinicamente sensibili”, ha dichiarato Francesco Broccolo. Il microbiologo ha inoltre sollevato dubbi sull’efficacia di un monitoraggio limitato ai soli soggetti che presentano una sintomatologia evidente. Secondo Broccolo, infatti, “non ha senso controllare soltanto chi presenta sintomi, perché anche gli asintomatici potrebbero essere infettivi”.

La trasmissione asintomatica e i dubbi degli esperti

Il timore che il contagio possa avvenire anche in assenza di sintomi è supportato dai dati preliminari analizzati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Su undici casi confermati, almeno uno avrebbe manifestato i sintomi solo in un momento successivo all’esecuzione del test diagnostico. Tale evidenza suggerisce una possibile finestra di infettività durante il periodo di incubazione, un fattore che complica le strategie di isolamento. Sebbene gli esperti concordino sul fatto che la dinamica di diffusione non sia paragonabile a quella della pandemia di Covid-19, la pericolosità del ceppo Andes impone una sorveglianza rigorosa.

Il monitoraggio nelle regioni italiane

In Italia, l’attività di sorveglianza sanitaria è già operativa e si concentra in particolare sul tracciamento dei passeggeri che hanno condiviso voli europei con i soggetti risultati positivi. Le autorità locali stanno applicando protocolli che prevedono l’isolamento precauzionale, il monitoraggio clinico quotidiano e lo screening dei contatti stretti.

Il dibattito scientifico internazionale resta aperto sulla capacità del virus Andes di trasmettersi tra esseri umani, una caratteristica che lo rende unico e particolarmente temuto tra gli Hantavirus. In attesa di una maggiore disponibilità di kit diagnostici certificati, la tempestività dei tracciamenti e l’accuratezza delle analisi di laboratorio rimangono gli unici strumenti per prevenire la formazione di focolai sul territorio nazionale.